Robot, meglio di noi?

Esce nel momento di massima calura (ma anche di più ore disponibili per via delle ferie) la prima serie russa su Netflix Original. Il 16 agosto è stata presenta Better than us (titolo in italiano Meglio di noi), serie di 16 episodi che narrano le vicende di un robot di fabbricazione cinese chiamato Arisa. Il prossimo futuro immaginato è quello di Mosca 2029, in cui gli androidi servono la popolazione umana sostituendola in molti lavori umili e non. A causa della morte del suo progettista, il robot è venduto alla Cronos, compagnia russa leader del settore.

La storia principale della serie è l’incontro tra Arisa e una famiglia russa composta dal protagonista medico chirurgo Georgy Safronov e i suoi due figli Sonya e Yegor. Dolce e affettuosa con la bambina Sonya, altruista con l’adolescente Yegor, sempre presente verso la figura paterna Georgy, che si barcamena tra lavoro ed affidamento dei figli, in costante contrasto con l’ex moglie Alla, Arisa è un modello unico e speciale in quanto programmata per assolvere il compito di moglie e madre, avendo la possibilità di difendere la sua famiglia ad ogni costo, infrangendo se necessario anche le stesse leggi della robotica di Asimov.

Arisa viene presentata come un robot empatico, non solo capace di prodigiose manovre di difesa personale (nei confronti di ciascun membro della famiglia), ma abile ad intuire le emozioni che ognuno dei suoi cari potrebbe nasconderle. Così la tecnologia di cui dispone le permette di capire quando qualcuno mente oppure quando è in uno stato di agitazione, impossibilitato a guidare la macchina o fare altre cose da solo.

Nel futuro immaginato, però, non tutti gradiscono la presenza dei robot, tanto che un gruppo di giovani sfaccendati si raduna in uno pseudo movimento terroristico chiamati i Liquidatori. Il loro scopo è quello di organizzare spettacolari attentati in cui i robot vengono pubblicamente disattivati tramite il macabro rito del prelievo del chip in mezzo al torace, oppure impiccati al bordo di un ponte. Il tutto per spandere nella rete in modo virale il loro motto, che riassume le perenni paure dell’umano di essere rimpiazzato: “lunga vita ai vivi, e morte ai morti”.

A questo odio si contrappongono le singolari interazioni tra umano e robot che esplicitano il titolo della serie. Arisa rappresenta quella perfezione a cui l’uomo anela. Un corpo le cui ferite si rigenerano in nuova carne in modo prodigioso (il primo salvataggio di una vita umana costa al robot ferite su una gamba che, però, si rimarginano nel corso di una notte). Una capacità praticamente infinita di razionalità e dedizione (Sonya preferisce le cure, il gioco e la pazienza del robot ai litigi di Alla e Georgy). Un altissimo grado di apprendimento per cucinare, intrattenere i bambini e addirittura fare operazioni chirurgiche al cervello.

Non tutto nasce in modo positivo. Nella storia, Arisa ha il potere di infrangere le tre leggi per salvare la propria famiglia e anche sé stessa, colorando così l’inizio della serie con l’inquietudine di una nanny killer che si aggira per casa. Di fatto accade che il robot (interpretato dall’ottima attrice Paulina Andreeva) perpetra 2 omicidi in maniera programmata e fredda, lasciando lo spettatore alquanto sconcertato tra la bellezza del viso e le braccia meccaniche che spezzano l’osso del collo umano senza manifestare emozione alcuna.

Questo iniziale sconcerto consente di apprezzare l’evoluzione del comportamento/personalità del robot che viene dispiegata per tutta la serie in stile russo, in modo continuo soprattutto dai dialoghi che Arisa stringe con i vari componenti della famiglia, senza necessità di twist o suspence tra una puntata e l’altra. Da sane risate, dovute agli impertinenti consigli alimentari che il robot cerca di dare a persone in evidente sovrappeso, si passa alla riflessione che scatta con il cambio dei ruoli, quando gli esseri umani si confidano (quasi involontariamente) con Arisa, cercando l’appoggio personale di un altro che comprenda il loro stato d’animo.

Si rimane a disagio quando Arisa si propone per nuova moglie a Georgy, o quando prova a far scattare l’intimità di un bacio. È una riuscita programmazione che imita l’umana gelosia di fronte alle pretendenti dell’affascinante chirurgo di mezz’età, oppure è l’espressione di quella singolarità robotica che costituisce l’altra modalità (imprevedibile) di essere persona creata dalle stesse mani dell’uomo?

A cornice delle vicende familiari, e dell’intrigo poliziesco molto elaborato, c’è una società del futuro che decide l’interazione tra uomo e macchina affidandosi ai giochi politici (da cui non è esente la corruzione) e ai media, nella forma del talk show a cui sono affidati potere referendari, la cui proiezione avviene ovunque, anche sulle pareti dei grattacieli. È interessante dunque la conseguenza della massiccia introduzione di tante copie di Arisa nel mondo reale: pensionamento anticipato all’età di 45 anni e la promessa di maggiore felicità ai nuovi nonni dell’età robotica.

Una serie ben riuscita, che mostra una società dell’imminente futuro con una generale e positiva interazione dei robot con l’umano, in cui non mancano gli interrogativi sul ruolo della macchina, interpretato maggiormente come aiuto (ma alle volte cambiantesi in intromissione) sia nello spazio intimo della famiglia, sia nei luoghi di lavoro e relazione con il pubblico.

Si confermano infine anche le capacità di una fantascienza (ben curata, ma non esaltante) di proporre, nel format della serie, oltre che l’interazione uomo-robot anche quella più classica uomo gadget elettronico, estrapolazione del nostro mercato reale che sembra dover sfornare continua innovazione per attirare gli utenti al consumo. Siano essi computer, smart, e werables, tutto nella serie è rigorosamente trasparente ed olografico, ma mai appare che l’umano abbia una dipendenza dal dispositivo, piuttosto quella che prevale è la relazione verbale e l’incontro reale tra persone.

Marco Staffolani

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