Una famiglia spaziale. Lost in space 1 e 2 (Netflix 2018-2019)

I cinque membri della famiglia Robinson: Penny e Judy a sx; John, Maureen (i genitiori) e Will (il figlio più piccolo) a dx

Uscito non nelle sale ma solamente su Netflix, la seconda stagione di Lost in Space promette, già dal trailer, di far gustare le avventure “spaziali” di una famiglia in cerca di salvezza su una nuova colonia umana di Alpha Centauri, dopo che la Terra deve essere abbandonata.

Nella prima stagione la navicella Jupiter (la classe di astronavi affidate a ciascuna famiglia dei migranti spaziali) della famiglia Robinson si danneggia e precipita su un pianeta a prima vista ghiacciato e misterioso.

Mentre i membri della famiglia tentano di scoprire la causa dell’incidente e come tornare alla loro astronave madre, la Resolute, vengono in contatto con una forma di vita extraterrestre avente sembianze robotiche.

Mamma, papà e figli (Maureen, John, Judy, Penny e Will) saranno chiamati ad intensificare e far crescere il loro legame (quasi costretti) dalle continue vicende che mettono a rischio la vita e l’integrità della famiglia. Interessante, e per certi versi centrale, il rapporto tra Will e Robot. Il giovane ragazzo, che sarebbe dovuto rimanere sulla Terra perché non qualificato secondo i test di ammissione (e a bordo dell’astronave soltanto per l’intervento della madre Maureen), matura rapportandosi emotivamente con la creatura aliena.

Trovato “rotto” sullo stesso pianeta della famiglia, Robot viene rimesso in funzione dopo un assemblaggio di fortuna. La sua comunicazione con il ragazzo all’inizio si limita a “due colori” che vengono rappresentati sul capo/volto dell’alieno. I classici tratti somatici (bocca naso occhi…) sono sostituiti da un “rosso fuoco” (quando il robot è aggressivo e violento) o dal tranquillizzante “blu fondo stellare” (quando il robot apprende la dolcezza dal suo compagno terrestre).

Il legame con il robot diventa un’amicizia profonda e più volte il robot interviene a salvezza del suo giovane compagno contro altre creature mostruose o contro le vicende avverse, grazie alla sua grandezza e forze sovrumane.

Significativo è l’insegnamento “antropomorfo” che l’alieno riceve e fa suo dal compagno terrestre. Robot impara a disegnare tramite dei simboli. Evocative le scene in cui apprende l’arte di simboli e disegni (ricordando molto le prime pitture rupestri umane proprio all’interno di una caverna), oppure quando traccia evocativi contorni di mondi sconosciuti sulla sabbia.

Importante anche il contatto fisico tra umano e alieno, che porta il robot ad esprimersi prima attraverso gesti, (tra cui non sono esclusi gli abbracci e le esultanze a braccia alzate) fino ad arrivare alla fatidica frase per mettere in allerta il suo piccolo amico, di fronte alle minacce del pianeta ostile: “Pericolo, Will Robinson”.

È un cliffhanger a chiudere la prima stagione. Proprio quando sembrava che la famiglia fosse riuscita nel suo intento, di lasciarsi alle spalle il proibitivo pianeta e aver ritrovato la Resolute e poter dunque continuare il viaggio verso Alpha Centauri, si apre improvvisamente un worm-hole (uno squarcio nello spazio tempo) che risucchia la Jupiter 2 verso un nuovo sistema stellare sconosciuto.

La seconda stagione amplia la sceneggiatura a due nuovi mondi (un mondo d’acqua e un mondo rosso desertico).

Sin dai primi episodi, le nuove avventure della famiglia spaziale non mancano di suspense e originalità, con scenari spettacolari ma comunque plausibili perché remake di paesaggi terrestri rivisitati in chiave esopianeta abitabile.

LOST IN SPACE

La presenza di una nuova e (sempre pericolosa) fauna desta lo spettatore. Sia creature planetarie, ma anche, sfoggiando un gran senso dell’immaginazione, creature “marine” eteree che “nuotano” nell’atmosfera di un gigante gassoso, come fosse un’immenso mare di ammoniaca.

La presenza aliena si fa visibile e toccabile in oscuri artefatti ferrosi che solcano come un equatore entrambi i pianeti. La rivelazione finale è che in queste misteriose strutture si cela un’intera popolazione organo-meccanica.

Le scene d’azione sono avvincenti anche se alle volte sono semplicemente giustapposte per spezzare dal filo narrativo principale e tenere desto lo spettatore.

Un primo filo rosso, che continua le tematiche della prima stagione, è quello delle relazioni familiari che diventano più importanti e complesse. I ragazzi sono cresciuti (visibilmente, in quanto se nel film sono passati 7 mesi, nella realtà sono almeno 20 quelli tra le riprese della prima e della seconda stagione).

Si fa più arduo il compito genitoriale, che, se da una parte si può avvalere di una ritrovata intesa tra Maureen e John, dall’altra è messo a dura prova dalle invidie che nascono tra le due sorelle (Judy, quasi una bambina prodigio, figlia solo di Maureen e non di John che la adotta, e Penny figlia biologica di entrambi i genitori, disperatamente assillata dalla ricerca di qualità eccezionali per sfuggire all’anonimato del buono e mediocre servizio).

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Anche le problematiche di Will evolvono, e passano dallo stato fanciullesco a quello adolescenziale, ritrovandosi a compiere da solo missioni importanti, mostrando tutta la crescita avvenuta dal primo fiasco del primo episodio della serie, in cui i suoi fallimenti avevano messo in pericolo la vita degli altri componenti della famiglia.

A complicare il quadro familiare ci si mette la sempre presente dott.ssa Smith che rompe (in modo positivo) l’idillio della famiglia perfetta, trovandone crepe e limiti. L’ambiguo personaggio si alterna tra apparenti momenti di conversione in cui si auto-professa anch’essa parte della famiglia (quando aiuta a sconfiggere i nemici comuni e lascia nutrire sentimenti positivi nei suoi confronti), fino al palese utilizzo della psicologia per raccontare la (sua) verità in modi finemente alterati e così raggirare i membri più deboli o scoraggiare i più forti. Il tutto (almeno così sembra nei primi episodi) per salvare sé stessa a scapito degli altri. La sua personalità, senza scrupoli e calcolatrice (anche se una coscienza, almeno a sprazzi sembra apparire), non smetterà di cancellare le tracce dei reati commessi nella prima stagione per assumere l’ennesima falsa identità, fino ad accattivarsi le simpatie dei comandati della stazione Resolute. Nonostante tutto questo, la chiusura di stagione sembra consegnarci un ripensamento finale con un atto eroico in cui la dottoressa si sacrifica per la sopravvivenza di tutta la stazione (così almeno lasciano intendere le ultime scene).

Gli alieni si moltiplicano. I due apparsi nella prima serie (Robot e Spaventapasseri) non sono che due membri d’una affollata e complessa popolazione nascosta nei due nuove pianeti. Appare chiaro che la natura/istinto primordiale degli alieni è di per sé cattivo. Fa ben sperare però la conversione di Spaventapasseri e i sempre più grandi atti di generosità (e umanità!) di Robot. Quest’ultimo, non più semplice amico ed esecutore dei comandi del fanciullo Will Robinson, diventa capace di decisioni proprie e libere, sorpassando (positivamente) il tema di un rapporto singolare con Will, arrivando all’oblatività per tutti gli uomini e anche per le altre creature viventi, sull’esempio di questo secondo Will adolescente.

Il secondo tema di fondo della stagione non è tanto il mistero dell’identità e dell’origine aliena (su questo ci sarà spazio per una futura terza stagione) quanto piuttosto il problematico rapporto uomo macchina (di grande attualità nel nostro contesto mediatico, in cui sorge fortemente la domanda sul significato e le applicazioni dell’IA). Quanto l’uomo può fidarsi dell’automazione? Quanto le macchine potranno somigliarci? Quanto dell’uomo è suo proprio e particolare e dunque non trasmissibile agli automi? Qui, Robot, rappresentante di una civiltà aliena sconosciuta e all’inizio minacciosa, sembra riassumere tutte queste domande.

Rimane escluso dalla fantascienza di Lost in space l’uso della tecnologia per il rimpiazzo di parti umane, e dunque al tema dell’ibridazione si preferisce la riflessione sulla macchina che non solo ha una propria identità fissa e programmata, ma al pari dell’umano, è capace di evolvere e anche di convertirsi (al bene). Rimane incognito se Robot sia il mero risultato di una fortuita evoluzione naturale, oppure (come appare più verosimile) il sofisticato prodotto di qualche altra civiltà (umanoide?) che ancora non è stata svelata.

La fine della serie si apre comunque alla speranza: se due membri della razza aliena si sono “convertiti” ai valori (buoni) della razza umana, c’è speranza che anche altri membri facciano altrettanto sul loro esempio o ancor meglio su quello umano (come quello di Will, che è il primo, ma non l’unico ad avere un feeling naturale di empatia ed emozionalità con le creature meccaniche). Resta chiara la denuncia dell’ “uso improprio” di tecnologia aliena, e condannata quella cattiveria in cui l’uomo può incappare quando è in gioco la sua stessa sopravvivenza (il riferimento è a Spaventapasseri che era prigioniero sulla Resolute, costretto con la forza e la tortura a far funzionare il motore alieno rubato dagli uomini per trasferire le persone dalla Terra ad Alpha Centauri).

Un ultimo particolare che ci piace sottolineare è la maggiore attenzione data alle categorie solitamente “deboli”, un accentuarsi di quanto già preparato dalla prima serie.

Il ruolo della donna è centrale. Il capo della famiglia Robinson è sicuramente Maureen, colei che sprona i ragazzi ad essere autonomi e intraprendenti, colei che pianifica i salvataggi tramite la Jupiter trasformata in scafo che solca i mari del mondo ricoperto d’acqua, ma anche colei che salvaguarda l’unità e arriva a dettare i dettagli dell’ammutinamento della Resolute per il bene di tutto l’equipaggio. John rischia alle volte di rimanere in secondo piano, come colui che si adegua ai piani della moglie, ma il suo ruolo viene di tanto in tanto rivalutato, come quando salva la vita della moglie chiusa letteralmente fuori dalla Resolute per le angherie del comandante. L’altra protagonista donna, antitesi di Maureen, è la dott.ssa Smith, una “senza-famiglia”, una non realizzata, che sfrutta i Robinson a suo vantaggio, tramite una politica di dividi et impera.

L’altra categoria esaltata in questa seconda stagione è quella dei bambini e degli adolescenti. Seppur manovra per accattivare un pubblico più vasto, per farlo sentire partecipe in prima persona, con uno sforzo intellettivo più profondo possiamo leggere un tentativo di rovesciare lo stereotipo classico della famiglia patriarcale (in cui il potere decisivo e fisico era nelle mani degli uomini adulti) a favore di un riequilibrio dei compiti e della dignità di tutti i membri.

Le scene che ci fanno pensare in maniera nuova sono appunto i salvataggi che compiono i figli verso i genitori. Emblematica la scena in cui Judy dispiega tutto il suo talento intellettivo e fisico salvando il padre prigioniero e ferito nel pozzo, affrontando, a rischio della vita, il tragitto più breve ma non sicuro perché pullulante di raptor alieni, stile Jurassic Park. Centrale il passaggio in cui la ragazza, sopraffatta dalla fatica e dall’attacco imminente dei predatori carnivori, ritrova il coraggio e una prestazione fisica eccezionale ricordandosi dell’infanzia, in cui il padre adottivo John la faceva sentire sicura rinnovandogli continuamente la sua presenza, non nei primi passi ma nei primi giri sulla bicicletta.

LOST IN SPACE

Infine, nelle scene che concludono la decina di episodi targati Natale 2019, coloro che devono essere salvati a tutti i costi sono proprio i 97 bambini della Resolute, che saranno affidati alle cure di Judy come comandante dell’unica Jupiter che potrà essere messa in salvo come futuro (giovane) della colonia.

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