Coscienza, libertà, conversione. Dialogo a distanza fra un filosofo e uno studente di teologia

La Croce e la mezza Luna – Il blog di Vincenzo Ferro

«Forse Silvia si è convertita, forse per necessità, forse per sopravvivenza nel tempo della prigionia, forse per intima convinzione.

Non credo per la “Sindrome di Stoccolma”, tipica di chi prova un sentimento per il proprio sequestratore, che si alimenta per tutto il periodo della prigionia fino a tradursi in un rapporto d’amore e di sottomissione volontaria, perché in questo caso Silvia, appena liberata, non avrebbe detto orgogliosamente: «Sono stata forte». E al suo ritorno non avrebbe abbracciato con gioia i suoi familiari, dopo essersi separata per sempre dal suo amore.

E allora perché la conversione? Non lo sappiamo. E non dobbiamo neppure indagare, per non violare quel segreto che ciascuno di noi custodisce nel profondo della propria anima, quale è appunto la nostra dimensione religiosa. Una dimensione così personale, così propria, così difficile da comunicare, perché quando si ha a che fare con sensi e significati che oltrepassano la nostra esperienza condivisa, ogni discorso, nel momento in cui si offre alla chiacchiera comune, rischia il fraintendimento.

E allora perché occuparsene? Per trarre spunto da questo episodio per capire che cos’è per davvero una dimensione religiosa, al di là di quanti vi aderiscono per tradizione, per un bisogno di consolazione o peggio per un bisogno di appartenenza.

Religioso è quell’atteggiamento che caratterizza chi non accetta che ogni senso e ogni significato si esaurisca nella realtà esistente in cui quotidianamente viviamo.

Religiosa è la ricerca di una ulteriorità di senso che coloro che credono chiamano “trascendenza” e che ciascuno di noi avverte in ogni momento di insoddisfazione, di delusione, di sconforto, o anche di non compiutezza per quanto si va realizzando nel corso della propria esistenza.

Forse fu proprio questo vissuto a spingere Silvia ad abbandonare per un certo periodo i propri progetti di vita in Italia e andare a prestare il suo aiuto in terra d’Africa tra la popolazione più indigente e più dimenticata della Terra. E già questa sua scelta, che per il nostro abituale modo di pensare non trova di solito un’incondizionata approvazione, parla della sua dimensione religiosa che forse non trovava un’adeguata e sufficiente risposta nel suo dedicarsi alla cura dei bambini della parrocchia in cui viveva. E’ la stessa dimensione religiosa che promuove le scelte dei medici senza frontiere, di Emergency, delle Organizzazioni non governative che salvano in mare i disperati della terra, di quanti si dedicano al volontariato, sia che credano o non credano in Dio. «Dio nella religione è arrivato con molto ritardo», scrive Gerardus Van der Leeuw, il più grande storico delle religioni del secolo scorso.
Dio non è l’unico destinatario della dimensione religiosa, così come non lo è un generico amore del prossimo. Perché il prossimo non è l’indigente che ha bisogno di noi, ma, come ha scritto in un suo libro Enzo Bianchi, il prossimo siamo noi quando ci «facciamo prossimi» a chi ha bisogno di noi.

Nella sua lunga prigionia e convivenza con carcerieri musulmani, nelle notti insonni e nei lunghi silenzi che caratterizzano ogni reclusione, Silvia può aver letto il Corano e, meditando qualche passo di quel Libro, può aver concluso che la religiosità, come è vissuta in Occidente, ha perso, per molti, ogni contatto con il mondo della trascendenza, con quell’ulteriorità di senso che caratterizza ogni vera dimensione religiosa. E partendo da lì può aver accolto quel Allah akbar quel “Dio è il più grande”, non per fare stragi, ma per riconoscere che c’è una dimensione più grande del nostro Io, dei nostri progetti, dei nostri sogni, delle nostre ambizioni. E quando non siamo noi, come nel caso di Silvia in prigionia, a decidere della nostra vita, può accadere che si tocchi con mano quello che Freud, ateo, già costatava quando diceva che «il nostro Io non è padrone in casa propria».

Se la conversione di Silvia, di cui nulla sappiamo e nulla vogliamo sapere, avesse questo significato, peraltro coerente con la sua biografia, sarebbe un grande insegnamento anche per noi. Non per convertirci all’Islam, ma per non esaurire nei progetti del nostro Io ogni senso della nostra esistenza, che è comunque sempre alla ricerca di un’ulteriorità di significato, rispetto a quello predisposto dall’ipertrofia del nostro Io. E questo con o senza Dio» (di Umberto Galimberti su La Stampa 11/05/2020)

Risposta dello studente di teologia Tomasz Kociuba:

Anche se non concordo con le posizioni talvolta troppo scettiche di Galimberti, qui ha colto il segno su molti “dati sensibili” che messi così, al pubblico dominio, non hanno molta possibilità di essere trattati con la giusta cautela. È vero infatti che le cause della sua conversione, come la conversione stessa, sono affrontabili solo tenendo conto della dimensione di “mistero”, di intangibilità, di incommunicabilitas, come direbbe Tommaso d’Aquino, che pertiene a ogni persona (sui iuris et alteri incommunicabile). Tale dimensione, nel mito della trasparenza in cui viviamo, è difficile da rispettare. Vogliamo sapere tutto, perché ogni cosa in qualche modo ci coinvolge sia materialmente che spiritualmente. L’aspetto materiale che ci ha coinvolto è il presunto (ossia non confermato, perché ricordiamoci che è un dato protetto) riscatto, poiché sono soldi pubblici. L’aspetto spirituale che ci ha coinvolto riguarda invece gli ideali, valori, credenze che sono stati oggetto di evoluzione e cambiamento. Galimberti, da buon filosofo, non ha voluto banalizzare la questione concentrandosi solo sull’aspetto materiale, accessibile facilmente data la freschezza della polemica, ma ha voluto dare una valutazione anche dalla parte spirituale, essendo lui un’autorità per molti. La trasparenza tuttavia qui si scontra con la dimensione privata della persona. Non tutto quindi può essere detto e pubblicato, e non su tutto bisogna dunque indagare. Galimberti, da un punto di vista filosofico, ricorda che c’è un limite all’indagine, che non tutto è accessibile alla ragione. Qui si aggancia alla dimensione religiosa, che in termini generali è proprio così: la ricerca di un senso ulteriore, il capire che non tutto si ferma alla quotidianità. Qualcuno la chiama “trascendenza”, altri con timore lo chiamano Dio, che l’Antico Testamento descrive come “Santo”, “Qadosh” in ebraico, “trascendente” per i filosofi greci, ma allo stesso tempo capace di farsi presente e intervenire nella storia, mostrandosi personalmente (Shekinah). È qui che Galimberti omette una caratteristica “inedita” della trascendenza che la sua indagine non contempla, penso anche per coerenza accademica. Possiamo chiamarla, seguendo una visione attingibile dai Padri della Chiesa, come una “ulteriorità della trascendenza”. Ciò che è “immanente” non è tutto, come dice Galimberti, ma potremmo aggiungere che neanche ciò che è “trascendente” è tutto: Dio, da solo, non basta per essere religiosi (con o senza Dio, come scrive nell’articolo). Occorre che ci sia un altro, un’altra Persona, affinché l’ulteriorità non rimanga irraggiungibile e intangibile. Qui si inserisce la prospettiva trinitaria, da cui può scaturire un approfondimento della dimensione religiosa, che non è frutto solamente di una ricerca da parte dell’uomo, ma può essere autentica religione solo se ci si apre alla, passami il termine, “alteriorità”. Rivolgersi verso l’altro è proprio ciò che Galimberti identifica come ciò che muove il volontariato, è il sentimento, l’impulso, la presa di coscienza, la vocazione (in termini cristiani), che spinge persone come Silvia Romano a lasciare la quotidianità e arrivare in posti “inediti”. Tale apertura verso l’altro è ciò che, in senso propriamente cristiano, avviene nell’Incarnazione, che prima di definirlo dogma, i primi cristiani trattavano come un fatto, anch’esso inedito. Un Dio che si fa uomo è il crollo dell’intangibilità della trascendenza, è la prova vivente che non ci si può mai fermare, che non si è mai colmi e appagati rimanendo nella sola immanenza. È il segno dell’infinito nel cuore umano.

Questa era la vera novitas cristiana, quella che San Paolo definisce “scandalo per i greci, stoltezza per i pagani”. Una cosa fuori dal mondo e al di là della storia, che però, inspiegabilmente, accade. Da qui nascevano le prime conversioni cristiane, al di là di quanti vi aderivano per tradizione (anche se di tradizione si può parlare solo oggi), per un bisogno di consolazione o peggio per un bisogno di appartenenza. E qui Galimberti ci aiuta molto a capire la situazione odierna del mondo occidentale. La conversione all’Islam, oltre alla dimostrazione ricordata da Galimberti che il nostro “essere per gli altri” non si riduce all’Io, è segno anche di quest’altro fatto: nella sofferenza e nelle difficoltà, nei diciotto mesi che nessuno può raccontare tranne lei, se lo vorrà (ma non è necessario), in un momento in cui si trovava un terreno più che favorevole a far emergere quella “dimensione religiosa” che tutti sperimentiamo con o senza Dio (anche se qui si aprirebbe l’immenso discorso della Grazia, la quale non destruit, sed perficit naturam), il “Dio è grande” (Allah akbar) è arrivato prima del “Dio è con noi” (Emmanuel). Ciò che probabilmente arricchiva spiritualmente Silvia quando aiutava i bambini della parrocchia, era così debole che non ha retto alla potenza del “Dio è grande” nella vicenda che ha vissuto. Un monito alla religiosità dell’occidente, che ha reciso la trascendenza in nome di un’umanità che basta a se stessa, in nome dell’ipertrofia dell’Io, come dice Umberto Galimberti. È quella trascendenza che Silvia ha ritrovato. Una trascendenza che il cristianesimo, spogliandosi sempre di più del sacro, rischia di lasciare a chi invece ci tiene molto di più.

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