Quid novi per la Teodicea?

(Marc Chagall, Il Figlio prodigo, olio su tela, 162×122 cm, Collezione Privata, St. Paul de Vence)

A margine di una proposta teologica post-pandemia. Di Giammaria Canu.

Con lo sguardo rivolto al contesto pandemico, vogliamo recuperare alcune intuizioni che iniziano a farsi strada nel frammentato, ogni tanto chiassoso e spesso invece latente (e a volte anche latitante), universo della teologia. Prendiamo in esame il prezioso e illuminante contributo del prof. Giuseppe Lorizio per una teologia dopo la pandemia

Apparso nella forma di uno dei stomachevoli “post” (ormai il mercato filosofico e culturale ne è saturo, così come ne è satura la teologia), in realtà non si impone come sguardo sapiente sul passato pandemico (post eventum), ma piuttosto si propone silenziosamente come “teologia del naufrago”, in statu naufragii, dentro la tempesta, in eventu. Infatti, piano piano si profila un contesto sanitario e sociale di prolungata e obbligatoria convivenza della comunità umana con l’ospite invisibile venuto «di un paese molto lontano», «quasi dalla fine del mondo», un pontifex capace di connettere i polmoni di tutta l’umanità nello stesso pericolo di “polmonite bilaterale interstiziale”, ma anche capace di stabilire ponti tra le intelligenze virologiche del pianeta e fare rete di solidarietà tra i paesi del mondo (forse si è poco riflettuto sui vari contingenti di medici e medicinali cinesi oppure sui 52 medici cubani corsi in soccorso del sistema sanitario italiano all’inizio della “ancora” epidemia).

Alla teologia, e in particolare alla teologia fondamentale, resta da assolvere ad un ministero decisivo e spesso trascurato in questo tempo di pandemia: pensare la fede. Ora più che mai occorre “ripensare la fede” (l’ambiente culturale anglofono sembra privilegiare il re-thinking piuttosto che il “post-”) davanti agli imprevisti tragici della storia e davanti a questa crisi planetaria. Occorre ripensare la forma della fede davanti all’evidente disastro firmato SARS-CoV-2. Di più: occorre ripensare Dio e la sua azione nel mondo quando all’opera c’è un esserino insignificante capace di aggredire l’essere di milioni di persone libere. Insomma: occorre ripensare la teodicea.

E qui la sollecitazione della teologia fondamentale di Lorizio, sempre aperta alla dinamica contestuale dell’auditus temporis: la rivelazione prende forma nella storia, in ogni storia. Nella proposta di una “nuova” teodicea – essendo la “vecchia” ormai logorata dagli storici stresses della filosofia continentale, e condannata “a tacere ciò di cui non si può parlare” (Wittgenstein) – appare la figura teologica della “rivelazione” come compagna del pensiero in questo audace tentativo di balbettare qualcosa di positivo sul male del mondo. Ecco alcuni appunti ricavati dai primi passi della teodicea in contesto di pandemia.

Nodale è il pensiero sulla scelta seria e decisiva di Dio di subire con l’uomo il dolore innocente. Superata già dalla teodicea leibnitziana la “volontà iussiva” di un Dio che decreta il male del mondo, occorre superare anche il pensiero del male “permesso”. Andiamo per gradi.

Accantoniamo con due domande irrisolvibili le aporie speculative derivanti dal discorso di Leibnitz secondo il quale Dio avrebbe creato il migliore dei mondi possibili: come è possibile che una causa libera assoluta come Dio possa scegliere un mondo che non sia migliore in assoluto? Come è possibile che la libertà assoluta di Dio possa non scegliere nella sua libertà un altro mondo che non è il migliore? Prendiamo invece sul serio le domande della storia della sofferenza umana tracciate nei volti di tanti reduci di catastrofi ambientali, genocidi e torture di massa. Difficilmente davanti alle devastanti tragedie dell’umanità è possibile parlare di un Dio che “permette” il male, anzi, sarebbe proprio una barbarie parlare (“poetare”) di Dio “dopo Auschwitz” (nach Auschwitz: Adorno). E in ogni caso, pensare la fede davanti al male come umile atteggiamento di sottomissione a capo chino davanti alla “volontà permissiva” di Dio sembra sempre meno consentaneo col Dio biblico di Gesù (che però era già di Giobbe e dei profeti dell’Antico Testamento).

E allora: quid novi sub sole? Quale vantaggio ha la teologia nel nostro contesto pandemico per poter parlare di Dio davanti al male?

Beh, intanto possiamo partire dalla già accennata costatazione storica: la pandemia purtroppo non è finita! Queste le possibili conseguenze di questa sentenza mondiale: una logorante tortura psicologica per chi getta la spugna e redige un nuovo nonsense per le speranze di felicità dell’umanità tecnologicamente assistita (il fallimento sarebbe in tal caso delle promesse della razionalità tecnica); oppure una spasmodica ricerca della consolatoria formula devozionale da rincorrere su facebook o sul canale youtube della parrocchia (preludio di un abbozzo di fallimento della pastorale ridotta alla somministrazione di placebo e panacee ad effetto immediato e altrettanto immediato effetto “devozioni, si; fede, no, grazie, troppo difficile!”); oppure, assecondando un guizzo di sapienza biblica mai invecchiata, il tempo (chronos) non ancora terminato della pandemia è uno dei tanti tempi favorevoli, pieni, gravidi (ho kairos peplerotai di Mc 1,15 e Gv 7,8) di Dio che vuole stare con noi senza abdicare alle sue promesse proprio quando c’è da rischiare di compromettere la sua stessa essenza di «amante della vita» (Sap 11,26). È qui il nodo cruciale da dipanare. Moltmann ebbe a far notare ad Adorno che «non ci sarebbe la possibilità di evolvere una “teologia dopo Auschwitz”, in un ripensamento sofferto e nel riconoscimento delle proprie colpe, se non si fosse già data una “teologia ad Auschwitz”. Chi poi dovesse cozzare contro problemi insolubili e imboccare la via della disperazione, deve tener presente che ad Auschwitz si è pregato lo Šemà d’Israele e il Padre Nostro. Ma rimaniamo nel concreto e pensiamo ai martiri. A proposito di queste persone, di queste mute vittime, possiamo dire in senso realmente figurato che Dio stesso pende dalla forca. E se lo affermiamo con serietà, dovremo anche aggiungere che, come la croce di Cristo, così anche il lager di Auschwitz si trova in Dio stesso, è stato cioè assunto nel dolore del Padre, nella consegna del Figlio e nella forza dello Spirito». Tre osservazioni.

Primo. Perdoneranno l’audacia gli amici ebrei, ma “ben più di Auschwitz c’è qui”: i numeri iniziano ad essere veramente alti e i mass media diffondono cifre pur restando il sospetto che numerose sacche della popolazione (come al solito le più svantaggiate in tutto!) muoiono senza test; il nemico è invisibile e l’imputato, dopo i primi e fallaci sospetti di colpevolezza cinese, pare essere la natura stessa (secondo la distinzione classica, non si tratta di male morale imputabile ad un uso maldestro della libertà umana ma di male naturale); non reggono più – sono anzi sempre più ridicole – né le teorie esoteriche degli appassionati di numerologie o calendari antichi, né le teorie di un complotto demoniaco evocato da sette magiche o sataniche, e ancora meno le “teorie della punizione” contro gli orrori dottrinali, il secolarismo diffuso e blasfemo o gli abomini liturgici inferti alla religio christiana catholica da chierici moderni (Papa Francesco in capite). Forse resta timidamente in piedi il tentativo di ricondurre la pandemia all’aver derubricato il “principio responsabilità” di Hans Jonas applicato all’uso maldestro della natura da parte della tecnica: «Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza della vita umana sulla terra».

Seconda osservazione. Dicevamo: questo è il tempo (kairos) per una “teologia nella pandemia”, il post- è soltanto un prefisso di facciata! In realtà, è questa l’occasione per una “teodicea in eventu”. È proprio vero che non possiamo lasciare prive di pensiero le domande degli uomini disorientati, confusi e impauriti. Risolvere e dissolvere l’esperienza della fede in formule (rosari, coroncine, novene, …) della religiosità popolare, per quanto consolante sia, sminuisce il loro valore riducendole a devozioni atte a iniettare ottimismo, incoraggiare, consolare il cuore dei fedeli, facendole funzionare da facili tappabuchi, cache misère, scacciapensieri e privandole del potente e sapiente sguardo sul mondo (gli “occhi della fede” di Rousselot e la “visione cristiana del mondo” di Guardini). Occorre invece illuminare la pietà popolare, evangelizzarla, investire cioè molto di più sulla ricchezza della Parola di Dio, sulla dimensione ecclesiale e comunionale dei sacramenti, sulla missione evangelizzatrice ed efficace del Regno di Dio, sulla teologia narrativa del dolore umano: la storia della salvezza scritta nella storia dei poveri di YHWH, nella sofferenza innocente, nelle agiografie purificate dalla candida melassa sentimentalistica e centrate sulla postura di fede dei santi davanti alle pagine buie della vita. Questo è veramente un tempo propizio da abitare con sapienza, molto più con la fede che con la religiosità. È uno dei kairoi tragici capaci di scuotere e fecondare le menti e la fede dei teologi, evitando così l’imbarazzante e irreversibile rischio del ritorno alla “vecchia normalità” (Lorizio propone, infatti, la scelta di seguire la pista di un new normal).

Infine, e riprendendo il discorso della teodicea classica e del novum che si sta dischiudendo, un ultimo appunto per una teodicea in eventu è quello che riguarda il nodo del dibattito di teologia fondamentale aperto dal prof. Lorizio: più che un male voluto da Dio (volontà iussiva) o permesso da Dio (volontà permissiva), occorre mettere l’accento sulla centralità teologica, e quindi rivelata, del male subìto da Dio assieme all’uomo. Subìto equivale teologicamente ad “assunto” e perciò già crocifisso e redento secondo una sana theologia crucis in piena sintonia con la theologia gloriae. «Dio stesso pende dalla forca», affermava scandalosamente Moltmann; «Dio stesso è intubato», possiamo replicare da pensatori della fede in tempo di pandemia. Se è possibile parlare di Dio dopo Auschwitz solo perché si parlava di Dio ad Auschwitz (personalmente è stata preziosa in questo tempo la lettura di Etty Hillesum), sarà altrettanto possibile parlare di Dio dopo il Covid-19, perché si è parlato di Dio durante il Covid-19. Dio, sempre nella forma di agnello innocente immolato crocifisso e risorto, era silenziosamente presente ad Auschwitz e Dio è silenziosamente presente nel mondo tormentato dal nuovo virus. È il grande mistero della decisione kenotica della Trinità: com-patire, abbracciare (Dio è l’Onniabbracciante perché la sua onnipotenza abbraccia scandalosamente l’onnidebolezza umana), incarnare, partecipare del dolore innocente, assumere (e redimere) il male subìto dall’uomo è una delle forme dell’amore libero ed estremo del Creatore per la creatura. Il dolore umano diventa così “dolore infinito”, un ulteriore paradosso estrapolato dai Vangeli («pieni di paradossi», secondo de Lubac) che, purificato dalle facili soluzioni dell’idealismo (il male è solo il secondo momento della triade dialettica), non può scappare al pensiero di una teodicea in tempo di pandemia. Per i filosofi è ancora da pensare come nella dialettica del paradosso kenotico è offerto l’uso più alto della libertà contro ogni riduzionismo fagocitante idealista. Forse en théologie possiamo permetterci di esprimere qualcosa di più radicale: la decisione divina di assumere il dolore innocente, certo avvinghia quel dolore nel dolore infinito, ma lo fa perché l’uomo possa usare pienamente la sua libertà e decidere (a immagine di Dio) se fare il passo alla fede – che guadagna in ragionevolezza, affidabilità e credibilità, diventando perciò libera e aperta alla preghiera –, oppure rifiutare la promessa di salvezza e sprofondare nel baratro dell’assurdo scandalo del male, magari allestendo il tribunale alla ricerca di imputati da condannare. Kierkegaard e Rosmini (coetanei e in molti punti convergenti), Barth, Bulgakov e Balthasar e altri pensatori della fede avrebbero tanto da parlare oggi su questo tema della kenosi di Dio come volontà di subire il male assieme all’amato.

D’altronde, la consapevolezza che in Dio coabitino la volontà deliberativa o iussiva (causalità creatrice), la volontà permissiva e la volontà “com-passiva” (bisogna pur dargli un nome!), sembra che sia anche un chiaro orientamento di questa nostra contemporaneità teologica. Basti pensare al sapiente passaggio dal “non indurci in tentazione” al “non abbandonarci alla tentazione” dell’imminente formula liturgica del Padre Nostro. È sempre affascinante vedere come la lex orandi piano piano contagi la lex credendi e quindi anche la lex cogitandi.

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