Giudicare il male dopo Eichmann (di Daniela Belliti)

Lettera aperta del 12 Aprile 2021 al quotidiano Avvenire della dottoressa Daniela Belliti, ricercatrice presso l’Università Bicocca di Milano, che approfondisce l’articolo del prof. Giuseppe Lorizio su Hanna Arendt (apparso su Avvenire Agorà di Domenica 11 Aprile)

L’articolo di Giuseppe Lorizio sui 60 anni dall’inizio del processo Eichmann e sulla nascita dell’espressione arendtiana della banalità del male è cibo filosofico per il pensiero.

Abbiamo riscoperto assai dopo la pubblicazione del libro di Hannah Arendt (avvenuta nel 1963)f quella espressione, che sul momento suscitò grande scandalo soprattutto tra l’intelligentsia ebraica, ed è successivamente diventata quasi uno stereotipo per certe rappresentazioni del male, talora del tutto avulsa rispetto alla riflessione filosofico-morale che la Arendt sviluppò da allora in poi.

Invece, la ricostruzione di Lorizio riconduce correttamente al filo che l’aveva intessuta. In particolare illuminante è il riferimento alla lettera di Karl Jaspers che associa la diffusione del male al contagio biologico.

Penso che la Arendt avesse attinto da Jaspers sia la forza per andare avanti nella polemica (tuttora accesa negli ambienti ebraici) sia alcuni spunti per meglio approfondire il suo pensiero.

Infatti, una analogia simile la Arendt la propone a Gershom Scholem, in risposta al duro attacco che il principale teologo e filosofo ebraico dell’epoca le sferrò in proposito. Circa l’idea che il male fosse “banale” (questo la Arendt aveva visto sul volto di Eichmann, grigio funzionario, ottuso, incapace di pensare), infatti, precisò: “Ho cambiato parere e non parlo più di ‘male radicale’ … (Fra parentesi, non vedo perché lei qualifichi di ritornello o slogan la mia espressione ‘banalità del male’. Nessuno, che io sappia, ha utilizzato questa espressione prima di me; ma non è importante). Oggi, il mio parere è che il male non sia mai ‘radicale’, che sia solo estremo, e che non possieda né profondità né dimensione demoniaca. Esso può invadere tutto e devastare il mondo intero precisamente perché si propaga come un fungo. Esso sfida il pensiero, perché il pensiero cerca di attingere alla profondità, di pervenire alle radici, e dal momento in cui si occupa del male, viene frustrato perché non trova niente. È qui la sua ‘banalità’.”

Questo diventò il rovello che l’accompagnò fino alla morte, fino all’incompiuta La vita della mente, dove appunto la Arendt provava a superare Kant, a sostituire il pensiero alla ragione kantiana. E ad affermare una radice indissolubilmente morale nell’attività del pensare.

Daniela Belliti

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