In ricordo di Mons. Clemente Riva

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Nell’anno centenario della nascita di Mons. Clemente Riva, proponiamo il suo ultimo scritto, la prefazione al volume Sapere l’uomo e la storia. Interpretazioni rosminiane, San Paolo, 1999 di Nunzio Galantino e Giuseppe Lorizio.

Fino a non molto tempo fa, la vicenda storiografica del pensiero rosminiano aveva centrato la sua attenzione preferibilmente sulla filosofia. Sicché Rosmini, sia nel mondo laico sia in quello cristiano, veniva presentato dagli studiosi prevalentemente come cultore della filosofia. Anche nell’evento della sua condanna da parte del Sant’ Ufficio risulta che le proposizioni riprovate erano sostanzialmente filosofiche, anche se, di riflesso, l’aspetto teologico del suo pensiero fosse presente.

Nel corso degli ultimi decenni ci si è dedicati anche al suo pensiero teologico. Questo è dovuto ad una “serenità” raggiunta tra gli studiosi di teologia. I quali, nelle loro riflessioni, hanno rinunziato ad assumere come punti di partenza le proposizioni condannate. C’è stato un impegno ad analizzare a fondo la sostanza del pensiero rosminiano prima di pronunciare giudizi rigorosi. Da questo atteggiamento ne è risultato una serie di scoperte teologiche del pensiero rosminiano di grande portata.

Un’altra causa di questo nuovo atteggiamento è riconducibile al progresso teologico nella ricerca del fondamento e del criterio di verità “radicato nella Parola di Dio rivelata”. Esiste nell’ Archivio Segreto Vaticano un opuscolo manoscritto di un teologo napoletano, che nel 1861 era stato incaricato di studiare e valutare l’ortodossia del pensiero rosminiano circa l’ontologismo e il panteismo nella Teosofia. Il risultato dell’analisi delle dottrine rosminiane portò a dichiararle eterodosse. Il criterio di confronto assunto dal censore non era la Sacra Scrittura ma il continuo confronto con i testi di San Tommaso e con qualche testo di Sant Agostino e di San Bonaventura.

Ora, la riscoperta teologica della Sacra Scrittura e lo studio approfondito dei Padri della Chiesa ha costituito un gran vantaggio per i teologi e per la teologia stessa. Rosmini è stato considerato recentemente come il pensatore cristiano che più di ogni altro fa riferimento alla Sacra Scrittura nelle sue opere. La stessa cosa si può dire anche dei Padri della Chiesa.

Gli studi dei proff. Lorizio e Galantino, che qui presentiamo, rivelano questo carattere del Rosmini, la cui filosofia ci si presenta come un “orizzonte sapienziale”. La stessa antropologia rosminiana ci richiama alla sua completezza come “antropologia cristiana”. La fonte biblica e patristica non rischia forse di svalutare la ragione e l’intelligenza umana nel suo “sistema della verità” dando ragione a Benedetto Croce che considerava Rosmini, più che un “filosofo” un “teologo”, in senso spregiativo? Rosmini invece è consapevole che quando si mette al bando ogni rivelazione, la storia del pensiero ci dice che la filosofia è degenerata in “superbo razionalismo”.

D’altra parte si è accusato Rosmini di “operare una riduzione razionalistica del contenuto soprannaturale della rivelazione”. Giuseppe Cristaldi afferma che la “dottrina rivelata dalla divina trinità”, può e deve essere accolta nella filosofia non come un dato necessario della ragione dialettica, giacché in tal maniera cadrebbe la gratuità della rivelazione. Deve trattarsi, invece, di un dato storico, e perciò libero, che la filosofia può e deve accogliere come non contraddittorio e, in fondo, anche come consonante con la spinta sapienziale della filosofia stessa. Ha ragione ancora Rosmini quando sostiene che, quando la ragione e la filosofia non si allontanano dalla verità esse giovano “alla mente dandole una naturale disposizione e una cotale predisposizione innata alla fede”. E ancora “la dottrina rivelata non può esporsi compiutamente a modo di scienza senza supporre le verità dimostrate col ragionamento filosofico”. Da ciò si deduce che vi è un rapporto stretto tra filosofia e teologia. L’una è ancella dell’altra.

Lorizio, […] confessa che “alcune intuizioni geniali caratterizzanti il pensiero teologico di Antonio Rosmini traboccano dalla sua penna di teologo, filosofo e maestro di vita spirituale. Si tratta di un pensiero speculativo con vertici di geniale penetrazione del mistero”. Non sempre la teologia manualistica è stata in grado di comprendere la profondità del pensiero rosminiano.

Un altro carattere del pensiero rosminiano è l’unità e la totalità. Di qui l’esigenza avvertita dal giovane Rosmini di un Enciclopedia cristiana che potesse misurarsi con l’Enciclopedia francese. Nel corso delle sue riflessioni sorge poi l’esigenza di una visione unitaria del pensiero che è caratteristica di modernità  ma anche di esigenza sapienziale.

Uno dei compiti della filosofia è quello di una rigorosa presentazione, come rileva N. Galantino […] del “sistema della verità”, che richiama un ordine scientifico e teologico, di ricerca delle “ragioni ultime al di là del mondo” che sono Dio e la creazione. Rosmini insiste sulla “libertà del filosofare” e sulla “conciliazione delle sentenze”  senza cadere in un eclettismo, che impedisce “l’acceso alla verità”.

La filosofia come sapienza è garanzia “dell’uomo nella sua grandezza naturale e morale”. Dall’ordine naturale poi Rosmini passa all’ordine soprannaturale senza “un indebito passaggio”, poiché risponde ad un desiderio naturale di “saper il vero e di saperlo con certezza”, senza cadere nel razionalismo a cui alcune scuole teologiche invece indulgono. La stessa metodologia teologica può risentire di “tentazioni” razionalistiche. Per questo Rosmini guarda con sospetto a quella teologia manualistica che “ha il suo punto di forza nelle formule e nei sillogismi di derivazione aristotelica-tomista”, preferendo la metodologia che ha “un forte radicamento nella tradizione biblico-patristica di impostazione platonico-agostiniana” […].

  Non sempre è stata colta la metodologia rosminiana biblico-patristica, specie di origine agostiniana, dai suoi avversari; ne è derivata l’accusa di immanentismo, al pensiero di Rosmini e l’incapacità a cogliere la distinzione tra il divino e Dio; distinzione che diventa invece una severa critica dello stesso immanentismo moderno ed è in grado di rispondere alle problematiche poste dal pensiero moderno.

Di notevole interesse è, nel presente libro, il capitolo dedicato all’Antropologia filosofica del Rosmini. Anche qui emerge l’orientamento del roveretano che non si limita all’aspetto filosofico, ma si apre ad un contributo teologico. L’antropologia allora non si ferma al suo aspetto naturale, ma riceve un arricchimento soprannaturale e cristologico; anzi è detto giustamente che l’antropologia rosminiana, con ciò, prende le distanze dall’idealismo e dall’immanentismo. E questo è reso possibile dalla mentalità riconosciuta alla dimensione “morale che è il punto più elevato, da cui si possa riguardare l’uomo”. Si può qualificare allora, ben a ragione, come antropologia integrale. Delle tre forme dell’essere (ideale, reale, morale), l’essere morale è il fondamento dell’essere persona, vista non in una prospettiva astratta e formale, bensì nella sua concretezza storica. La persona assume così una valenza giuridica come “fonte del diritto” e come valore a cui la politica si pone al servizio.

Prezioso è il capitolo di Lorizio sulla «teodicea cristocentrica nell’orizzonte della modernità». Mentre una filosofia della storia di tipo hegeliano termina in una scolarizzazione; una teodicea invece che pone al centro il Cristo storico ci colloca concretamente in una storia nella quale c’è spazio per il conflitto tra male e la Croce del Cristo, ma per la presenza della Provvidenza. Rosmini già nella gioventù era affascinato dalla storia e dalla politica, per cui stende vari appunti e opuscoli su questi temi, che troveranno poi in due opere poderose l’elaborazione completa, ossia nella Filosofia della politica e nella Teodicea. Queste opere collegate con l’Antropologia soprannaturale e la Teosofia, altre due opere poderose, ci offrono un “cantiere” di ricerca e di riflessione sulle tematiche più affascinanti del pensiero rosminiano, come “cristologia della storia”, “escatologia cristocentrica”, “millenarismo rosminiano”.

In Appendice viene pubblicato qui un opuscolo di Kant sul problema del male con brevi critiche del Rosmini stesso. All’inizio Rosmini aveva scritto a penna: Vorago Orribilis.

 In conclusione, questo libro è uno studio a due mani di grande importanza non solo per il pensiero rosminiano ma per tutta una serie di questioni ad esso collegate e di vasto respiro sia filosofico sia teologico.

Per questo la nostra gratitudine ai proff. Nunzio Galantino e Giuseppe Lorizio è sincera.

+ Clemente Riva

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