La versione sacerdotale del cristianesimo ne è diventata espressione patologica

Anche se non condivisibile in tutto, proponiamo questo tagliente articolo per riflettere e discutere. L’articolo è stato pubblicato sul sito di informazione religiosa Religión Digital (www.religiondigital.com (http://www.religiondigital.com/)), il 17 febbraio scorso. L’autore, Jorge Costadoat, gesuita, per anni direttore del Centro Teológico Manuel Larraín (Cile), ha insegnato presso la Pontificia Universidad Católica di Santiago del Cile, ma, nell’aprile 2015, non è gli è stata riconfermata dalle autorità ecclesiastiche la missio canonica per l’insegnamento nella Facoltà di teologia.La traduzione dell’articolo originale, consultabile a questo link (https://www.religiondigital.org/cristianismo_en_construccion/des-sacerdotalizar-Crisis-Sacerdocio_7_2424727513.html), è stata curata da Lorenzo Tommaselli.

Mi sembra che il problema principale della Chiesa cattolica oggi non sia il clericalismo, ma la versione sacerdotale del cattolicesimo. Il clericalismo è un problema morale. L’organizzazione sacerdotale del cristianesimo no. Ciò costituisce una difficoltà strutturale. Se la Chiesa cattolica non fosse organizzata sacerdotalmente, non ci sarebbero gli abusi di potere da parte dei chierici che tanto deploriamo oggi e tanti altri problemi in più.

Ci sono preti che non sono clericali. Non abusano della loro investitura. Sono ministri umili, che camminano con le loro comunità ed al loro servizio. Imparano dai laici ed li guidano efficacemente perché hanno l’apertura necessaria per apprendere dalla realtà e dalla vita in generale. Dalle loro prediche nessuno fugge via perché hanno qualcosa da dire.

Tuttavia, non sono stati scelti dalle loro comunità e, di conseguenza, non devono rendere conto dell’esercizio delle loro funzioni. I presbiteri, preti, ministri o come volete chiamarli, sono scelti da altri preti e sono ordinati dai vescovi per svolgere una funzione. In questo senso, il nome di “funzionari” può essere loro ben applicato, anche se non piace. Sono amministratori, più grandi o piccoli, di una specie di multinazionale – la più grande del mondo? – che non dovrebbe avere nulla a che vedere con la Chiesa di Cristo.

La Chiesa – che, come ogni organizzazione umana, richiede un assetto istituzionale – ha bisogno di questi servitori per svolgere compiti che vanno dall’annuncio della Parola all’amministrazione dei sacramenti, passando per la raccolta di mezzi per sviluppare questi servizi, per sostenere opere educative, di carità e di giustizia e per il sostentamento delle loro vite. Ma questa stessa organizzazione è stata in grado di disumanizzare la sua dirigenza. Di fatto lo fa. Ha bisogno di farlo in qualche modo? In più di un’occasione ci è sembrato di sì.

Il fatto è che nell’attuale Chiesa cattolica è possibile essere prete senza essere cristiano. Suona duro ma a questo siamo arrivati. Nei seminari le persone vengono formate per insegnare e amministrare sacramenti, oltre a soldi e, talvolta, persone. A tal fine, i formandi sono sottoposti a processi di acculturazione. I seminaristi sono romanizzati. Sono riformattati. Li si veste da preti per distinguerli dagli altri. Sono esentati dal passare per le esperienze fondamentali dei loro contemporanei, come l’intimità affettiva e la paternità, e, nel caso dei religiosi, dall’obbligo di ogni persona di guadagnarsi il pane.

I preti sono esseri psicologicamente divisi nella stessa misura in cui sono separati (“scelti” da Dio) dai comuni mortali. Rappresentano la separazione Chiesa-mondo. Qui la Chiesa (“sacra”), lì il mondo (“profano”). Finché questa separazione si accentua, non sono in grado di capire cosa sta succedendo e di guidare efficacemente un popolo che progressivamente li considera irrilevanti. Le prediche di moltissimi di loro sono un fallimento dall’inizio alla fine. Anche la dottrina della Chiesa cattolica, sotto più di un aspetto, proviene da persone che sembrano prive delle necessarie radici epistemologiche.

Molti, soprattutto i giovani, la considerano una rarità. Il fatto è che gli stessi preti, internamente divisi, bipolari, finiscono per crollare. Forse i preti clericali riescono ad aggirare questo pericolo.

Ma probabilmente al prezzo di una disumanizzazione che non può essere volontà del Dio che, incarnato in un essere umano autentico e nel più autentico degli esseri umani, ci umanizza. Gesù è stato un laico che ha saputo integrare la realtà nella sua persona nei suoi aspetti più diversi, una persona umana che ci ha divinizzato perché ci ha laicizzato. Chi può spiegare il fatto che lo si è trasformato in un Sommo ed Eterno Sacerdote?

La Chiesa cattolica non ha bisogno di risolvere il problema del clericalismo. Ha bisogno, in primo luogo, di desacerdotalizzarsi. Nella Chiesa si sono date e si danno versioni non sacerdotali del cristianesimo: il monachesimo, la religiosità popolare latinoamericana, il 70% delle comunità in Amazzonia senza preti, le chiese evangeliche pentecostali e altre. Tutte queste versioni hanno problemi propri. Alcune sono più sane, “più cristiane”, di altre. La versione sacerdotale del cristianesimo si è trasformata in un’espressione patologica dello stesso.

I ministri della Chiesa cattolica – che purtroppo continuano a essere chiamati “sacerdoti”, come ha voluto il Vaticano II – dovrebbero essere scelti, formati e investiti di potere per guidare le comunità grazie a processi con cui si possa controllare il possesso dell’autorità necessaria per svolgere tale servizio. Nella Chiesa di Cristo l’autorità dovrebbe venire anzitutto da un’esperienza personale del Vangelo. Le autorità dovrebbero, come testimoni, poter annunciare con convinzione che Dio sia degno di fede e che la Chiesa stessa possa presentare il Vangelo nel mondo di oggi.

La Chiesa cattolica ha bisogno di ministri che siano cristiani, piuttosto che funzionari di un’organizzazione sacerdotale internazionale gestita da una classe che sceglie sé stessa e che si crede esente da un’accountability dinanzi al Popolo di Dio.

Il Simposio sul ministero che si sta svolgendo in questi giorni a Roma sarà molto probabilmente inutile e, nel migliore dei casi, solo un primo passo per uscire fuori dall’impasse. Lo sarà se, invece di presentare una predicazione moralizzante per preti clericali, inizia la decostruzione della versione sacerdotale del cattolicesimo che, piaccia o no, impedisce la trasmissione del Vangelo.

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