Corso 10335 Lezione 3 e 4 (4-12/03/2020) Identità alterità comunicazione in prospettiva teologica

Il tema della lezione verrà trattato non solo con le parole ma anche con le immagini, tratte da alcuni film di fantascienza. Il tema in questione è il rapporto tra identità, alterità e comunicazione, da un punto di vista teologico, dove la teologia da intendere è quella fondamentale, zona di confine-frontiera, tra il sapere teologico cristiano, e filosofico.

La comunicazione

Partiamo direttamente dalla terza parola chiave, comunicazione, che nella teologia fondamentale rappresenta il momento contestuale.

Nell’epoca in cui viviamo, si può essere tentati, al nostro risveglio mattutino, di controllare ansiosamente il telefonino, l’ipad, la rete, whatsapp e tutto il resto, per vedere se qualcuno si è messo o vuole mettersi in comunicazione con noi. Sono connesso dunque esisto, questo è il cogito del nostro tempo in cui la connessione con la rete, di tipo anche virtuale, viene a sostituire la tradizione di quando eravamo cattolici, in cui la prima “connessione” che ci era chiesta era quella nella preghiera con Dio.

La prima connessione che si faceva la mattina avveniva con le parole “Ti adoro mio Dio”, mentre l’ultima, prima della “disconnessione” dovuta al riposo e al sonno, era con la stessa preghiera in versione serale. Laddove ci preoccupavamo di collegarci con Dio, con il divino, con la fede, con la trascendenza, ora ci preoccupiamo di connetterci con il mondo che ci circonda e con gli altri.

La grande questione che si pone dunque è se la connessione possa essere sinonimo di relazione. Se il valore di connessione e relazione sia equivalente.

Nel binomio connessione relazione, troviamo il tema della comunicazione. Sperimentiamo spesso l’incomunicabilità e l’incapacità di comunicare nella solitudine del cittadino globale, che si ritrova oggi, nel tempo di Internet, in una situazione di solitudine che può essere più profonda di quanto non lo sia stata quella di un abitante di un borgo medioevale sperduto in montagna nei tempi antichi.

Ho introdotto la parola solitudine, perché se avessimo svolto una relazione analoga negli anni ‘70, non avremmo parlato di identità alterità comunicazione, ma di solitudine e di intersoggettività. Cambia il linguaggio, che non è soltanto una maschera, ma anche qualcosa che dice della cosa stessa. Che cosa cambia? Il nostro modo di interpretare noi stessi il mondo e, se esiste, Dio alla luce di queste che sono le sfide del nostro tempo.

Diacronia come metastorico

Nella realtà c’è qualcosa di metastorico, che supera la cronologia. Nella dimensione spazio-temporale dell’esistenza questo permette di tenere insieme passato presente e futuro. Un testo in questa prospettiva è L’ordine del tempo di Carlo Rovelli, (lo scienziato famoso per le 7 lezioni di fisica, best seller tradotto in una quarantina di lingue).

È insito nella natura umana la necessità di andare oltre il tempo e superare la diacronia, operando una connessione tra i momenti della storia, del mondo e di ciascuno di noi, che risultano connessi proprio a partire dall’ultima parola che evocheremo che è identità o interiorità attraverso la memoria, e accanto alla memoria anche attraverso la fantasia che ci fa narrare il futuro.

La fantasia non è avulsa nemmeno dallo studio teologico e biblico in quanto, prendendo ad esempio il genere letterario apocalittico, il popolo credente, nei momenti di crisi profonda, mette in atto la capacità dell’immaginazione per dare risposte all’apparente mancanza di intervento del divino. Questa capacità non è secondaria rispetto all’uso della memoria ed dell’esperienza da cui sono caratterizzati altri generi letterari, ma appartiene allo stesso dinamismo della conoscenza.

Sincronia come trasparenza

Un’altra sfida della connessione, oltre a questa descrizione diacronica, è quella della trasparenza nella sincronia.

Il film che prendiamo a riferimento è Il cerchio.

The Circle (2017) ispirato dal libro di Dave Eggers The Circle (2013), narra di una società di informatica e di comunicazione che si preoccupa di dare il massimo di trasparenza, tendendo alla trasparenza assoluta. La comunicazione è intesa come il mezzo affinché non ci sia più nulla di nascosto, non ci siano più zone oscure o opache nella vita delle persone.

Nel film i dati sono di vitale importanza. Tutto deve essere controllato e monitorato, a partire dalla salute fisica:

Il controllo benefico medicale, come prevenzione delle malattie, si allarga a voler “curare” anche la morale umana, costringendola ad un costante controllo da parte dell’occhio del “grande fratello” tecnologico e sorvegliante. Questo, nella realtà del film, sovverte il significato della parola “segreto” facendolo assimilare a bugia. Si irrompe nel sacrario della coscienza umana forzandolo ad una innaturale, quanto artificiosa, “piena trasparenza“.

Uno spunto significativo di questo controllo totalizzante per attivare la dinamica della trasparenza, è quello in cui si invitano i politici a dotarsi di telecamere che li seguano sempre, in qualsiasi incontro, dialogo, attività.

L’utopia (e il problema) di una politica trasparente è quello di essere messi in una dicotomia costringente: se si accetta di assumere sulla propria persona il paradigma della trasparenza assoluta allora non si possono più fare imbrogli ma nemmeno esiste più una vita privata e personale del politico che quindi soffrirebbe di spersonalizzazione; d’altra parte, se in questo regime sospettoso tecnocratico non si accettasse la trasparenza assoluta si verrebbe tacciati di essere imbroglioni,  di avere qualcosa da nascondere.

Nella nostra esperienza quotidiana quando affermiamo: “non ho nulla da nascondere!” lo facciamo solitamente quando qualcuno mette in dubbio la nostra buona fede, il nostro comportamento, i nostri fini. Seppur l’espressione è valida come reazione ad una istanza proveniente dall’esterno, essa non può mai esprimere la verità interiore dell’essere umano, non può mai intendere una trasparenza assoluta del fondo dell’IO, in quanto letteralmente significherebbe che non c’è nessuna parte della nostra vita che sia solo nostra, saremmo cioè espropriati di noi stessi. C’è sempre qualcosa che è nascosto nel sacrario della nostra coscienza, non per forza cattivi comportamenti o la memoria di azioni proibite. Ci si domanda dunque quale sia il confine della trasparenza?

Il confine tra la conoscenza e la coscienza

Conoscere è un bene, ma sapere tutto è meglio! Ma si può sapere tutto? La grande sfida del primo libro de La stella della redenzione di Rosenzweig, sulla possibilità di conoscere il tutto, sarebbe la sfida di una filosofia che intende totalizzare la realtà nella conoscenza, ed avere un rapporto di conoscenza totale su tutto il reale. Questa è l’utopia alla base del Cerchio, ed è anche ciò che accade con tutta una serie di esperienze di format televisivi contemporanei ispirati al grande fratello di orwelliana memoria.

Ma ad un certo punto c’è un confine che è quello della coscienza, mirabilmente tratteggiato nelle ultime due pagine del romanzo (non nel film che finisce in maniera differente dal cartaceo).

Annie, una delle dirigenti del Cerchio ed amica di Mae, che introduce in questo mondo tecnologico, subisce un passaggio imprevisto. Annie va in coma e non può più essere trasparente. Non si può più sapere se pensa e che cosa pensa. Qui si introduce il grande problema della coscienza delle persone che sono in una situazione di coma.

Leggiamo il passaggio in cui Mae va a trovare questa sua amica costretta a letto:

Nel silenzio della clinica, seduta accanto a Annie, Mae lasciava errare i suoi pensieri. Lì era tutto tranquillo; si udiva solo il ritmico soffio del respiratore, una porta che ogni tanto si apriva o si chiudeva, il ronzio delle macchine che tenevano in vita la sua amica. Era crollata sulla scrivania, l’avevano trovata sul pavimento, catatonica, e ricoverata d’urgenza lì, dove le cure che avrebbe ricevuto superavano quelle di qualunque altro istituto. Da allora si era stabilizzata e la prognosi era buona. La causa del coma era ancora oggetto di qualche discussione, aveva detto la dottoressa Villalobos, ma con ogni probabilità era stato provocato dallo stress, dallo choc o da un semplice esaurimento. I medici del Cerchio erano fiduciosi e dicevano che se la sarebbe cavata, come i mille dottori in tutto il mondo che avevano letto la sua cartella clinica, incoraggiati dal battito frequente delle ciglia e dall’occasionale movimento di un dito. Accanto allo schermo dell’elettrocardiografo ce n’era un altro con la filza sempre più lunga di auguri da parte dei suoi simili da ogni angolo del mondo, gente che in tutto o in parte, pensava Mae con un po’ di nostalgia, Annie non avrebbe mai conosciuto.

Guardò l’amica, il suo viso immutabile, la sua pelle lucente, il tubo nervato che le usciva dalla bocca. Aveva l’aspetto meravigliosamente sereno di chi è immerso in un sonno riposante, e per un attimo Mae sentì il morso dell’invidia. Si chiedeva a cosa pensasse. I medici avevano detto che probabilmente stava sognando; durante il coma avevano accertato una costante attività cerebrale, ma cosa succedesse esattamente nella sua mente era ignoto a tutti, e Mae non poteva fare a meno di provare un certo fastidio per questo. C’era un monitor visibile da dov’era seduta, un’immagine in tempo reale della mente di Annie, vampate di colore che apparivano periodicamente, suggerendo che là dentro accadevano cose straordinarie. Ma a cosa stava pensando?

[…] Un’altra vampata di colore apparve sullo schermo che monitorava il lavorio della mente di Annie. Mae allungò una mano per toccarle la fronte, meravigliandosi della distanza che questa carne poneva tra loro.

La dimensione corporea

C’è una distanza, messa dal corpo, che è il luogo della relazione, della comunicazione con gli altri.

Senza la dimensione corporea dell’esistenza non potremmo affatto comunicare. Se non avessimo una voce e delle corde vocali non potremmo parlare, se non avessimo un cervello non potremmo articolare un pensiero. Se non avessimo un corpo umano non avremmo, come le neuroscienze ci insegnato, quella che è sia la “base fisica” della nostra gestualità ma anche la base per la nostra attività speculativa.

Ma questa necessità della fisicità del corpo per far “sussistere” un’attività spirituale, rappresenta anche un confine (visibile) perché nasconde qualcosa, come nel caso del coma. Il corpo crea una distanza tra il malato e colui che può esprimere in modo normale le sue facoltà mentali:

“Cosa stava succedendo nella sua testa? Non saperlo era davvero esasperante, pensò. Era un affronto, una privazione, per se stessa e per il mondo. Avrebbe sollevato l’argomento con Stenton e Bailey, e con la Gang dei 40, alla prima occasione [cioè con i capi del cerchio]. Dovevano parlare di Annie, dei pensieri che le stavano passando per la testa. Perché non avrebbero dovuto conoscerli? Il mondo non meritava niente di meno, e non voleva aspettare”.

La nuova logica che il Cerchio vorrebbe imporre è quella di un mondo che abbia il diritto di entrare nei nostri pensieri più profondi e reconditi. Il confine, profondamente richiamato da quest’opera letteraria, lo possiamo denominare coscienza.

Nel film di fantascienza First Contact (1996) (della saga di Star Trek), la regina dei Borg sta cercando di convincere l’androide Data ad unirsi al collettivo: per invogliarlo fa installare sull’avambraccio del robot dei frammenti di pelle organica al fine di renderlo più umano, l’aspirazione fondamentale di Data.

Data sembra geloso della sua nuova pelle, e nella riflessione la regina Borg sembra prospettare come nuova perfezione la sintesi tra organico e sintetico, la stessa che viene proposta a Data in cambio di un’assimilazione/arresa volontaria. Il patto sembra essere suggellato con un bacio tra alieno e androide.

Picard, il capitano dell’Enterprise, irrompe sulla scena e si vorrebbe consegnare alla regina Borg, promettendole di lasciarsi assimilare volontariamente e di essere la sua controparte (a differenza di come successo la prima volta che Picard era stato assimilato con la forza con il nome di Locutus), tutto questo in cambio della libertà di Data. La regina rifiuta, affermando di avere già una controparte adeguata in Data. Ordina quindi all’androide di disattivare l’autodistruzione (attivata precedentemente proprio perché ci si era accorti dei Borg che si erano teletrasportati sulla Enterprise) e di fornirle il controllo della nave. Data esegue l’ordine. La regina continua chiedendo a Data di distruggere la Phoenix (la nave che effettuerà il primo contatto tra gli umani e i vulcaniani) di modo che i Borg possono nel futuro assimilare tutta l’umanità sprovvista di tecnologia.

Data manca volontariamente l’astronave (pochi istanti prima che questa entri in curvatura e attiri l’attenzione dei vulcaniani). Successivamente facendo esplodere al contempo un condotto di refrigerante, corrosivo per i tessuti organici, costringe i Borg alla sconfitta. Il corpo della regina Borg viene dissolto mentre Picard riesce a salvarsi. I droni Borg, privati della loro regina e liquefatti nei loro componenti organici, collassano.

L’alterità

Evochiamo adesso un’altra parola presente nel titolo della lezione: alterità.

L’altro è qui trattato come seconda istanza perché, una volta che mi sono accertato al risveglio se sono o meno connesso, viene il problema della percezione di una presenza nella mia realtà, che è differente da me.

L’alterità intesa in modo personale, ha a che fare con la problematica dell’irrompere nella nostra esistenza, vita, storia, di qualcuno che potrebbe esserci estraneo. La coscienza dell’alterità, intesa anche in senso oggettivo, è determinante poi pure per la possibilità di fare scienza, e per l’innovazione tecnologica.

In un libro, che non condivido in buona parte, ma che mi ha fatto riflettere, Internet e l’Io diviso, l’autore, Quartiroli, tratta il tema dell’alterità come tema centrale per poter attivare la tecnologia, e in un certo punto del testo parla del tema della creazione. Scrive cosi:

lan Wallace in The Taboo of Subjectivity (2000) ha analizzato il modo in cui le indagini e le ricerche occidentali abbiano preso in esame soltanto l’ambito «oggettivo» della creazione, anziché la soggettività umana:

Perché un uomo possa comprendere la creazione di Dio, deve eliminare dalle sue modalità d’indagine tutto ciò che è meramente umano, cosa che in fondo appartiene all’ultimo atto del Creato. L’uomo deve esplorare l’universo in modi che si avvicinano alla stessa prospettiva di Dio sulla creazione. Deve cercare di vedere il mondo oltre i confini della propria soggettività, proprio come Dio trascende il mondo naturale. In breve, deve perseguire una prospettiva puramente oggettiva (divina) e lasciar perdere tutte le influenze soggettive (profane) derivanti dalla sua ricerca empirica e analitica nell’universo oggettivo. In base a quest’approccio, la teologia giudaica, cristiana e musulmana introdussero i semi dell’oggettività nel pensiero mediterraneo.

Il principio creazione

Praticamente, senza il principio di creazione non c’è né la scienza né la tecnica. Non ci sarebbe tutto quanto ci circonda, perché la scienza e la tecnologia moderne sono proprio nate nell’occidente, ispirate alla nozione di creazione. Come mai? Lasciando stare la questione dei racconti mitici, la risposta è che nella creazione Dio pone il mondo e l’uomo come altro da sé.

La creazione è il fondamento dell’alterità: il mondo non è dio, l’uomo non è dio, e il mondo viene affidato all’uomo, e l’uomo può utilizzare le creature per i suoi scopi. Così l’uomo si scopre come il fine dell’universo, e gli è lecito mangiare gli animali, usare la tecnologia, studiare il mondo ecc.

Se il mondo fosse dio, l’uomo sarebbe bloccato nella sua attività scientifica e tecnologica, avrebbe dei grossi limiti con il rapporto con il mondo. Ma il mondo e l’uomo non è dio, dunque la creazione sta a fondamento dell’alterità.

La libertà: tra Assoluto e nulla

Questa alterità diventa ancora più profonda se la si pensa in particolar nel rapporto uomo Dio. Che l’uomo sia dotato di libertà, significa che la libertà approfondisce l’alterità. Tanto è altro l’uomo da Dio che nella sua libertà può rifiutare Dio negandone l’esistenza. In linguaggio teologico si dice che l’uomo può peccare, andare all’inferno, o, nella prospettiva divina: dio non può portarci in paradiso con la forza.

La libertà diventa un luogo in cui si mostra/manifesta l’alterità tra dio l’uomo e il mondo. Questo fa problema a chi? Alla mistica dell’unità. Ne abbiamo accennato parlando di Lutero.

Sono stato implicato nella lettura critica del libro di Vannini Contro Lutero e il falso evangelo. Marco Vannini è un grande studioso della mistica renana, di maestro Eckhart, di Taulero, e anche della mistica orientale. Ha grandi meriti per aver tradotto e introdotto nel nostro paese questi grandi autori rappresentanti della mistica.

Vannini, in questo testo, non perdona Lutero, perché sarebbe il teologo dell’alterità assoluta tra Dio e l’uomo. Nelle sue pagine troviamo la contestazione dell’idea di creazione, perché appunto la creazione fonda l’alterità, mentre ciò che a Vannini preme è una visione olistica della realtà, in cui tutto è uno, in cui dobbiamo perderci nel grande tutto in cui “tutto e l’essere sono lo stesso” sulla scia del detto di Hegel: “Sono la stessa cosa il puro essere e il puro nulla”.

Il fine dell’uomo sarebbe immergersi in questo nulla, vivere questo nirvana di annientamento della sua alterità e quindi della sua individualità. Vannini, in un passaggio del libro, scrive che i racconti biblici della creazione sono solo dei grandi pasticci perché hanno impedito all’uomo di comprendere la sua unità con il tutto, con l’infinito e quindi di essere infinito lui stesso, perdendo la propria finitezza che è la radice della propria individualità.

Quale kenosi per il cristianesimo?

Non solo, l’altra grande accusa che Vannini fa a Lutero è che per questi sarebbe più importante il Cristo per me che il Cristo in sé. A Lutero, in pratica, importerebbe chi è Gesù per me, in che modo lo posso incontrare, in che modo posso ricevere misericordia per i miei peccati, ma non chi è Dio in sé.

Quindi in Lutero si negherebbe l’unità, e si affermerebbe con forza l’alterità tra Dio e l’uomo, non a caso un grande teologo riformato, forse il più grande teologo del 900, Karl Barth, parla di Dio come il totalmente altro. Questa affermazione di alterità scandalizza il mistico, e, secondo Vannini, un’autentica spiritualità non può che può essere una spiritualità del vuoto. Secondo un sermone di maestro Eckhart, non bisogna avere nulla, non sapere nulla, non volere nulla, e pregare Dio perché veniamo liberati anche da Dio stesso.

In questo senso, la mia tesi (esposta nella recensione e nel successivo dibattito avvenuto con l’Autore) è che questo non sia un libro contro Lutero, ma contro il cristianesimo, perché nega non solo l’idea della creazione, ma anche quella di resurrezione e, ancor di più, il tema dell’alterità con il quale, sia nella teologia cristiana che nel pensiero ebraico, dobbiamo fare i conti.

In fondo l’alterità si dà da se, in maniera a noi esterna: non la possiamo né assimilare, né negare, né omologare. E questa alterità è visibile nel rapporto padre figlio.

Nel film StarWars, Darth Fener rivela la sua identità di padre, proprio nel punto saliente del combattimento. L’alterità può dunque essere prossima per via di un legame naturale, ma anche lontanissima per differenti ideali e posizioni sociali.

Il tema dell’alterità risulta evidente in quello che dovrebbe essere quasi un rapporto di identità, il rapporto tra genitori e figli, come rapporto di generazione. Una volta sulle carte di identità era scritto il nome dei genitori. Ma il figlio è altro dal padre. Tra l’altro, in questo passaggio di Star Wars, il figlio si incaricherà di salvare il padre.

La comunicazione dell’alterità

C’è un’alterità costitutiva dell’altro, ma anche di noi stessi. La grande sfida della comunicazione è che molte volte non ci restituisce un’alterità autentica di coloro con cui ci stiamo connettendo, perché tendiamo a cercare, a rinvenire nei social network qualcuno da omologare, qualcuno con cui rispecchiare la nostra identità, e quindi il tema è quanto narcisismo c’è nella rete. Ma questa è una vera comunicazione? Che comunicazione è se io cerco solo me stesso, anche se dico di comunicare con l’altro? Se non mi lascio sconvolgere mettere in crisi, abitare dall’altro?

La presenza dell’altro, che sconvolge i piani e richiede un confronto profondo, è un tema attuale nel nostro contesto di Mediterraneo, una zona in cui culture differenti entrano in gioco.

L’identità

Siamo all’ultimo momento: il tema della identità. L’uomo è una interiorità dotata di unicità. Ci ricolleghiamo al tema della solitudine, e questo ci collega alla definizione scotista della persona come un’essenza razionale che ha un principio incomunicabile.

C’è sempre un confine (tra la nostra identità e il nostro mostrarci in “pubblico”), e questo si sposta (verso l’identità) nelle relazioni autentiche di amore e amicizia. Ma seppur il confine può avanzare, esso non potrà mai essere valicato totalmente, perché quando si incontra l’io si incontra qualcosa di incomunicabile, che fonda l’identità. Ci sarebbe molto da dire sul principio identità, (qui mi riferisco a libri come Identità e differenza di Heidegger, ma anche Dell’Io come principio della filosofia di Schelling).

Adesso mi preme sottolineare l’unicità e la presa di coscienza relativamente alla propria identità che comporta anche un elemento di anomalia, secondo il famoso dialogo tra Neo e l’architetto di Matrix. L’uomo è un’anomalia nel sistema, il sistema sarebbe perfetto, se non ci fossero gli individui.

Non solo l’uomo come genere umano è un’anomalia nel sistema cosmico, ma ognuno di noi è anomalo, perché è unico, dotato di intelligenza, libertà e creatività. Essere anomali non è una cosa negativa, nella misura in cui questo significa essere unici.

Unicità

Analizziamo il film divenuto un classico della fantascienza, Io Robot. Nel momento in cui ci ibridiamo, in questo postumanesimo dilagante, con le macchine o con gli animali, tendiamo ad umanizzare le macchine e gli animali e a disumanizzare l’uomo che diventa, nei diversi momenti, o animale o macchina.

Allora è necessario “tornare in sé stessi”, ma allo stesso tempo rispecchiarci nell’altro da noi, nella misura in cui “le macchine parlano di noi”, come suggerisce la letteratura di Stanislao Lem, ad esempio con Golem XIV .

Nello film Io robot, la macchina, che è rappresentata dal robot Sonny, prende coscienza della sua particolarità, e in un certo senso si umanizza, proprio di fronte alla prospettiva della morte.

La dott.ssa Calvin è incaricata dell’ultimo controllo prima della disattivazione del robot Sonny, incriminato d’aver ucciso il suo creatore dott. Lanning. Nelle procedure di routine la dott.ssa però scopre alcune peculiarità di questo robot, che lo rendono differente da tutti gli altri NS5 della sua categoria. In pratica, nelle parole della dott.ssa, poi ripetute dal robot, c’è l’affermazione di una identità.

Cosa cerchiamo in questo rispecchiarci? Cerchiamo di comprendere maggiormente noi stessi. Nel momento in cui il robot Sonny si umanizza, si pone di fronte agli altri come un essere unico. Nonostante i robot siano tutti uguali, fatti allo stesso modo, non abbiano sostanzialmente un volto, siano delle maschere senza un’unicità evidente, Sonny comincia a provare delle emozioni, a fare delle scelte, e infine riesce a salvare l’umano da quella che voleva essere l’invasione della robotica (qui c’è la grande tematica della tecnica su cui ci sarebbe molto da dire…)  

Il grande problema che continuamente si ripropone tra gli ingegneri, è dunque se la macchina pensa.

Nella grande opera fantascientifica 2001 Odissea nello spazio il computer HAL 9000 si professa come un’intelligenza perfetta, a prova di errore rispetto all’intelligenza umana fallibile, tanto che il comando della missione spaziale e dell’astronave, seppur diretta dagli umani, in fin dei conti è garantita dalla prestazione del computer

Nel film The Imitation Game è molto significativa invece la risposta che da Turing alla domanda se la macchina pensi: non si possono fare confronti diretti con l’intelligenza umana, perché si tratta di un pensare differente, e anzi, di una differenza che abita già tra gli esseri umani stessi.

Identità non totalizzante

Il robot anomalo finisce con l’avere praticamente le caratteristiche dell’umano per via della sua unicità, per via di una identità della quale nessuno si può appropriare. Il problema dell’unicità incrocia quella dell’identità. Il principio di identità ci dice che A=A. Però nella formulazione dell’identità a livello di unicità dell’umano bisogna respingere la formula IO=IO, perché questa crea i totalitarismi, fa nascere un pensiero totalizzante. In questo senso, di fronte all’altro con cui abbiamo rapporti interpersonali autentici, di fronte all’altro che per i credenti è dio, noi siamo visti nella nostra unicità.

Nella serie Sense8 il tema dell’identità non totalizzante, cioè di un’identità al tempo stesso forte che esprima le caratteristiche peculiari di ciascuno ma anche accogliente nel senso di rispetto reciproco, viene espressa con la formula io chi sono? immagino di essere esattamente uguale a te, né meglio né peggio; non c’è nessuno che sia stato o mai sarà esattamente uguale a te o a me.

Normalmente l’altro, che ci guarda dal di fuori, esternamente, che cosa considera di noi? Considera il comune con sé, cioè vede uomini o donne, si interessa della persone che fanno una professione piuttosto che un’altra, di alcuni che hanno certi interessi ecc., perché l’altro nel vedere è spinto da ciò che lo accomuna al genere/settore/interesse proprio. Differente è ciò che vede l’altro che mi ama.

Il linguaggio: vera comunicazione tra alterità ed identità

L’altro che ci ama mi vede nella mia unicità, come un tu unico, e in questo senso Dio ci vede nella nostra identità ed unicità. Ma dov’è il punto di intersezione finale tra l’identità e l’alterità? Sta nella possibilità di una comunicazione autentica, che non sia soltanto una mera connessione tra alterità ed identità! Questa possibilità è già in noi stessi, ma si attiva con gli altri, e anche eventualmente con dio e con il mondo: è il grande tema del linguaggio.

Il luogo dell’incontro è parola. In principio era la Parola: logos come linguaggio, logos come ragione, discorso, pensiero. La logica dell’incontro sarà la logica del linguaggio, la logica di un linguaggio che ha alle spalle la Parola, ma una parola che non è soltanto altra rispetto a ciò che esprime ma nella quale si esprime la cosa stessa. Di qui la necessità di recuperare il realismo del linguaggio, cioè di non fare delle nostre parole e dei nostri discorsi e retorica solo delle maschere, ma di fare in modo che il linguaggio abbia espressività.

Ho letto un libro sul 1910, le vicende dell’espressionismo nell’arte e in particolare anche nella musica di Schönberg, che si intitola L’emancipazione della dissonanza. Questo libro tratta come nell’espressionismo la dissonanza sia espressione dell’alterità, cioè il linguaggio diventa espressivo anche se dissonante, anche se esprime asimmetria a differenza della musica tonale classica.

Questo ci sprona a non necessariamente rispecchiarci in modo omologante nell’altro, non necessariamente a trovare l’altro in noi, ma ci chiede la capacità di abitare le dissonanze che viviamo con noi stessi, con gli altri e cono Dio.

Bibliografia

  • testo di riferimento per le lezioni 10335:
    AA.VV, Il prisma dell’umano all’incrocio dei saperi, LUP, Città del Vaticano 2015.

Carlo Rovelli, L’ordine del tempo, Adelphi, Milano 2017.

Franz Rosenzweig, La Stella Della Redenzione, (trad. it.) G. Bonola, Casale Monferrato 1985.

Franz Rosenzweig, The Star of Redemption, (trad. ing.) B. E. Galli, Wisconsin 2005.

Dave Eggers, Il cerchio, Mondadori, Milano 2017.

Ivo Quartiroli, Internet e l’Io diviso. La consapevolezza di sé nel mondo digitale, Bollati Boringhieri, Torino 2013.

Marco Vannini, Contro Lutero e il falso Evangelo, Lorenzo de’ Medici Press, Milano 2017.

Martin Heidegger, Identità e differenza , Adelphi, Milano 2009.

Friedrich Schelling, Dell’Io come principio della filosofia, Cronopio, Napoli 20023.

Ian McEwan, Macchine come me, Eiunaudi, Torino 2019.

Remo Bodei, Dominio e sottomissione. Schiavi, animali, macchine, Intelligenza Artificiale, Il Mulino, Bologna 2019.

Thomas Harrison, 1910. L’emancipazione della dissonanza, Castelvecchi, Roma 2017.

Materiali

Link a cartella condivisa con pdf

Il testo della lezione, trascritto, riveduto e corretto da Marco Staffolani, è tratto dalla relazione del prof. Lorizio a Tor Vergata del 18 maggio 2017