Corso 10377_Per una comprensione teologica

Alla fine del percorso affrontato, ricordiamo le tappe che abbiamo visitato. Il principio di causalità insito nella nuova riflessione scientifica a partire dai primi del ‘900 con le due nuove teorie che descrivono il mondo, l’infinitamente grande e piccolo rispettivamente nella teoria della relatività e della meccanica quantistica. Seppur le scienze possono indagare sull’origine dell’universo e sul suo destino, la nostra conoscenza rimane per certi versi incompleta. Stupisce il cambio di paradigma rispetto alla meccanica gravitazionale newtoniana: il nuovo dualismo onda particella, il principio di indeterminazione, il ruolo “attivo” dell’osservatore che non è più inerte come succedeva nella tradizione galileiana.

Poi le varie istanze della tecnica nella IA, nella robotica, nella realtà virtuale, e il loro impatto sull’essere umano. Da ultimo abbiamo visitato virtualmente un futuro transumanista la cui pretesa è quella di vincere con la tecnica anche la morte.

Riprendo dunque le fila del discorso ripartendo da un esempio visto, cercando di fare una riflessione, anche nell’ottica della visione cristiana della Croce.

Tilly Lockey 14enne è la prima ragazzina inglese ad avere due “bionic arms”. Così esordisce nel video YouTube in cui mostra al mondo come ha imparato a mangiare da sola, a pettinarsi, a truccarsi ecc.  Tutte vittorie riportate sulla natura “cattiva” che non le ha dato le braccia. I due piccoli moncherini, che sarebbero stata la sua vergogna senza la tecnica, diventano i mezzi di controllo, quasi dei joystick interni, che guidano le braccia miracolose in plastica e metallo. Questi sono congegni medici che sarebbe obsoleto chiamare protesi in quanto per lei sono parte integrante del suo corpo/persona.

Tilly Lockey at the SingularityU The Netherlands Summit 2016 (29653981075).jpg

Quanto la persona di Tillly dipende dalla tecnologia? Ci possiamo chiedere che cosa sarebbe successo a Tillly senza. Sarebbe rimasta molto più in casa perché i suoi, e lei stessa di conseguenza, si sarebbe vergognata della sua condizione di natura. Invece adesso Tilly diventa l’esempio di una nuova generazione in cui la disabilità è recuperabile in maniera più che soddisfacente. Ma ciò che si ammira maggiormente nel video non sono tanto i progressi tecnologici quanto l’audacia di questa ragazzina.

Essa si presenta al mondo senza mani ma con uno spirito veramente combattivo. Stupisce la sua risoluzione nell’affrontare il domani con una speranza oltremodo irrazionale. In cosa confida? In chi spera? Forse c’è dietro l’amore dei genitori che non si sono arresi e le hanno infuso fiducia in sé stessa?

La riflessione ci aiuta a discernere cosa accade. La tecnica, come ogni altro dono o bene che viene da Dio, nel suo essere gestito umanamente porta il rischio di essere idolatrato, cioè essere considerato causa di salvezza, motore dell’esistenza, ragione finale della stessa, speranza ultima e risolutiva del nostro anelito all’infinito, all’esistere per sempre.

Ci viene in aiuto per questa riflessione la differenziazione filosofica rosminiana del “perfezionamento della persona” e del “perfezionamento della natura”. Egli descrive la natura dell’uomo come l’armonia gerarchizzata delle sue potenze. L’uomo può essere considerato causa proprio perché alla sua sommità possiamo considerarlo come persona.

Alla potenza più alta, il principio razionale (in cui il Roveretano comprende la triade intelletto, volontà, libertà) spetta un posto particolare. Il principio razionale è la parte attiva della persona, il cui perfezionamento è quello più nobile e auspicabile. Il perfezionamento del resto della persona (e dunque di tutto l’umano) non è meno gradito ma sicuramente subordinato al primo e più elevato principio.

851. Tutte le potenze adunque che entrano in un individuo costituiscono la natura dell’individuo; ma la più sublime delle potenze s’ella è razionale, il più elevato dei principj attivi, costituisce la personalità dell’individuo.

852. La natura dunque può dirsi ricevere perfezione ogni qualvolta si perfezionano le potenze ch’ella in sé stessa contiene; ma la persona non può dirsi che si perfezioni se non allorquando riceve incremento e perfezionamento il più alto e nobile dei principj attivi che sono nell’individuo nel quale ella risiede.

853. Ell’è questa distinzione fra il perfezionamento della natura e il perfezionamento della persona, che travia molti nei giudizj e nelle speculazioni che fanno intorno all’umano perfezionamento. Essi talora prendono entusiasmo per quelle cose che perfezionano la natura umana, ma non rendono migliore l’umana persona: ella è un’illusione, l’uomo allora invanisce di ciò che non gli appartiene.

Questa riflessione meriterebbe d’esser sviluppata, come quella che presta una chiave maravigliosa a spiegare moltissimi fatti dell’umanità, e che somministra de’ veri criterj, coi quali apprezzare i diversi stati dell’uman genere, e le maniere diverse e i gradi dell’incivilimento, e che finalmente conduce a conoscere come la sola moralità perfezioni l’uomo personalmente.

(A. Rosmini, Antropologia in servizio della scienza morale, edizione CISR- Città Nuova, nn. 851-853, p.467)

Possiamo riflettere sull’esito di una possibile concentrazione e riduzione sul solo perfezionamento della natura a partire da una doppia “interpretazione” (in italiano corrente) dell’espressione rosminiana “invanirsi”. La prima farebbe risuonare l’invanirsi dell’uomo come un invaghirsi, avere cioè una dedizione completa perdendo il controllo di sé, considerando solo l’immediato progresso che vede di fronte a sé, pensando che la sua esistenza possa ridursi ad una dimensione orizzontale, causabile e quindi imputabile a lui come merito, per cui la tecnica sarebbe solo frutto del suo applicarsi sempre più alle cose della terra.

Da qui la seconda interpretazione di invanirsi come “rendersi vano”, perdersi nella dimensione orizzontale, dimenticando il primo e più necessario perfezionamento che è quello della persona, riducendo la sua ragione ad una ragione calcolante, svilendo il pensiero negandogli l’ardire di comprendere il senso profondo dell’esistenza e il rapporto con un Assoluto personale.  

Possiamo pensare che Rosmini quando parla di perfezionamento della natura abbia in mente gli studi medici tipici della sua epoca (‘800) sull’essere umano che cita in diverse sue opere. L’utilizzo dell’argomentazione dei progressi della scienza per lui è funzionale a mostrare i limiti a cui sono soggette le scoperte che essa compie.  La scienza, infatti, non può che definire la vita (e in seguito con il suo progresso, curarla, modificarla, ridefinirla) soltanto a partire dal movimento esterno di alcune parti corporee dei viventi (fenomeni extrasoggettivi), ma non può cogliere (anche se per il credente ad essi rimanda) quei fenomeni interiori sperimentati solo dal soggetto (fenomeni soggettivi), presidiati dal principio inesteso senziente (anima) che fanno dell’uomo qualcosa di veramente diverso dal resto della natura, nonostante sia in “immerso” in essa, e ad essa debba il suo essere un corpo.

Nel contesto odierno, dove si sta operando il passaggio dalla scienza (intesa come ricerca e conoscenza) alla pervasività della tecnica (che non solo conosce ma agisce, fabbrica, modifica…), il concetto di perfezionamento dell’umano rischia di ridursi alla cura sempre più sofisticata delle malattie, ma anche (rendendo discutibile l’uso della stessa parola perfezionamento) alla ingegnerizzazione di un nuovo tipo di essere umano, considerando ad esempio il “sostrato della carne” non più sufficiente a reggere il “carico computazionale” necessario all’esistenza dell’uomo del futuro, che appunto necessiterebbe di upgrade di progettazione, mischiandosi con la meccatronica delle macchine moderne, in vista di un homo cyber.

Questo pensare all’uomo completamente ibridato con parti robotiche, sembra preceduto da una visione dell’uomo come macchina antropologica, per cui certa neuroscienza vorrebbe deterministicamente descrivere l’insorgenza dell’io come un fatto di natura, o altre peculiarità dell’uomo (libertà, responsabilità, relazionalità …) in termini prettamente conseguenti alle interazioni celebrali piuttosto che vederle come caratteristiche originarie che eccedono la natura.

Qui, per ricordare la libertà irriducibile dell’uomo, si potrebbe in parte accogliere la provocazione filosofica sartriana in cui nell’uomo (a differenza degli animali e delle macchine) l’esistenza precede l’essenza, e quindi è libertà personale che sola decide lo sviluppo dell’uomo, a differenza degli altri enti di natura che dispiegano soltanto l’essenza in essi già scritta. Tornando nell’ambito cristiano ci si dovrà interrogare su cosa profondamente significhi essere immagine e somiglianza di Dio, e su come la questione dell’uomo non possa mai risolversi nemmeno attingendo a tutte le potenzialità della natura e della cultura. L’uomo sorpassa entrambi gli ambiti, e nella visione di fede, la sua identità e il suo fine si dispiegano non quando ha di fronte gli animali, o le cose, o gli artefatti…ma soltanto quando ha di fronte a sé un altro come lui, e pienamente quando è di fronte al Dio creatore.

Rosmini dal canto suo aveva individuato bene questa progressione dell’esistenza/essenza umana formulando la legge del germe, il disegno del creatore provvidente che interviene continuamente nella crescita delle sua creatura, per cui quello che sarà non si vede che in germe, e soltanto alla fine si scopre la potenzialità completa che in esso era custodita.

La clonazione come tecnica: prospettiva o pericolo? | Kialo

Il nostro stesso corpo poi è diventato oggetto manipolabile dalla tecnica, già fin dal nostro primo esistere come grumo indifferenziato di cellule. Anche qui si respira alle volte la riduzione naturale dell’uomo al suo codice genetico, o alle determinazioni che l’ambiente socio culturale incide nella sua esistenza. Detto in altri termini, da quando l’uomo ha smesso di considerarsi un unicum rispetto al resto della natura, mettendo a tacere il suo essere spirituale, nei confronti del corpo umano si cade nella stessa tentazione tecnologica di sperimentare per lo sperimentare, senza rendersi conto che l’oggetto con cui si ha a che fare è una persona.

In definitiva, la tecnica non permette, e non permetterà mai nonostante ogni progresso, di perfezionare il principio razionale. Non potrà esserci mai nessuna tecnica che produrrà una volontà buona indipendentemente dal volere della persona stessa. Colui che può agire su questo principio, per il Roveretano, rimane l’autore stesso dell’uomo, cioè solo Dio nella misura in cui l’uomo lo lascia agire come causa formale oggettiva. L’azione che si esplica è l’azione gratuita della grazia, liberamente accolta dal principio razionale.

La tentazione a cui l’uomo è sottoposto è di adorare il prodotto delle sue stesse mani e di conseguenza voler ridefinire sé stesso come un oggetto tecnologico performante che risponde a parametri storici (quindi transitori) di bellezza ed efficienza, dimenticandosi di essere stato creato, di non potersi fare da solo, di non essere lui stesso il suo dio. Il rischio è quello di una mitologia robotica per cui sostituire alla creazione si sostituisce l’assemblaggio.  

L’umiltà di riconoscere che nel suo statuto ontologico umano è scritta la dipendenza e la relazione con il Creatore Assoluto, già a partire dal suo corpo, è l’antidoto contro il mito dell’Autofabbricazione (auto assemblaggio), del ridefinirsi ad immagine degli oggetti tecnologici che ha di fronte, del perdere il senso profondo della sua esistenza.

In questa prospettiva di umiltà e verità creazionale, la redenzione operata da Cristo è l’unica possibile. Solo lui interviene a sradicare la tentazione idolatrica, il peccato dell’individualismo e dell’autonomia radicale. La tecnica per quanto dono di Dio, non è che un’amplificazione delle possibilità umane e non può essere usata impropriamente fuori dal contesto in cui è pensato l’uomo creato. E la salvezza è comunque azione di grazia.  

Allora ci si chiede come si concilia, se si può conciliare, la tecnica con la croce? Quale è il confine tra aiuto lecito e tentazione idolatrica? Occorre trovare un confine (che non può che essere dinamico, cioè periodicamente ricristallizzato a seconda delle novità in gioco da parte del progresso) tra ciò che è sperabile dalla tecnica, riconoscendo dunque la ragione per cui il creatore l’ha voluta come esito del pensiero libero e autonomo dell’uomo, e il cammino serio ed impegnato di chi come credente sa che la propria croce, declinata in tanti modi possibili secondo la storia di ogni uomo, non può essere evitata, ma diventa il luogo giornaliero dove sperimentare il connubio tra la causalità della grazia che viene in soccorso alla causalità umana che si lascia operare da essa. (Piuttosto che gli altri estremi possibili, di un attivismo della causalità umana in antitesi all’azione divina, o un lassismo da parte dell’umana in attesa che si compia il finto “miracolo” di una grazia che sopperisca a tutti i problemi dell’uomo, togliendogli di conseguenza anche la libertà).

La croce da strumento di morte è cambiata in strumento di grazia. Ma questo avviene sempre secondo la causalità intrinseca del reale. Cristo muore veramente sulla croce! Il miracolo non è quello di bypassare la croce o la morte, attraverso una potenzialità esterna, surreale, alla maniera del Deus Ex Machina che risolve la tragedia abolendo la causalità che l’ha attivita e portata all’impasse finale. La causalità presente nella realtà deve fare il suo corso, e il credente è chiamato a decidersi passandoci attraverso, così che venga espressa alla massima potenza quella fede in Colui che è oltre il tempo e lo spazio, il vero Soggetto della speranza umana. Il valore della croce e della morte accettata è più grande del valore della vita che in esso sembra perdersi.

Così il pensiero può aprirsi a trovare la giusta posizione per la tecnica, che di per sé potremmo definire neutralmente impersonale, programmata e reificatrice.  La tecnica potrà e dovrà essere presente in maniera significativa, anche in dimensione trasversale, in ogni attività umana, dalla più pratica e meccanica come la produzione industriale, il suo campo nativo, fino alle attività più spirituali, come l’arte e la musica supportate da algoritmi di IA.

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Auspichiamo che tale presenza non sarà invasiva ma di intreccio creativo. La soluzione non sarà mai comunque togliere la tecnica per evitare un possibile o probabile pericolo ad essa associato ma piuttosto si dovrà accettare la sfida di integrarla nella significazione che l’umano da al suo cammino di vita, non fatto soltanto di attività e produzione indifferenziata, ma anche di contemplazione e riflessione sull’unicità del tempo e di coloro che gli sono dati nel cammino, alla ricerca dell’Uno e Trino Dio che abita in tutti, dentro e fuori il tempo.

L’immagine che potrebbe aiutarci è quella di considerare l’insieme di tutte le tecniche come il Grande Cireneo, tramite il quale possiamo far confluire il nostro pensiero/attività agli altri e farci raggiungere dal pensiero/attività altrui. Il Cireneo Tecnologico potrà mediare tutta l’azione delle volontà umane, attraverso messaggi elettronici, artefatti che riducono il nostro lavoro, calcoli probabilistici su opzioni per il nostro futuro, sostituzione di parti del nostro corpo, e chissà cos’altro…ma tutto questo avverrà come sfondo rispetto al protagonista umano che è chiamato a portare la sua croce ogni giorno.

Nonostante la pervasività del tecnico, dovrà avvenire il decentramento di esso a favore del ricentramento sull’umano: la tecnica non sarà l’idolo a cui sacrificarsi per la risoluzione di tutti i problemi, non sarà nemmeno il fine in cui deve essere trasformato l’uomo, ma rimarrà un mezzo. Essa sarà al suo giusto posto la riserva preziosa per agevolare quei passi che l’uomo è chiamato a fare nella sua esistenza per poter agire conformemente alla richiesta che gli viene dalla volontà di Dio.

La tecnica dovrà essere integrata in tempi e luoghi come ambiente comunicativo, senza porsi come paradigma unico e indifferenziato per la comunicazione di tutti gli esseri umani. La chiamata a portare la propria croce dovrà essere sostenuta ogni giorno attraverso una tecnica sempre più umanizzata. Che rispetti i tempi umani, anche quelli generazionali. Non succube delle dinamiche di mercato, o delle politiche di svalutazione dell’umano. Rispettosa dei tempi umani e del digital divide sempre più acuto tra generazioni differenti.