Lezione 10286 12/10/2022

L’immaginario in teologia

È un tema che adesso si sta praticamente immettendo nel circuito del dibattito teologico ma che a che fare col tema dell’immagine. Se dovessimo applicare alla lettera i comandamenti, le dieci parole, dovremmo dire: “Non ti farai nessuna immagine né di ciò che è in cielo sulla terra”. Se dovessimo applicare alla lettera questa parola, del divieto dell’immagine non potremmo nemmeno iniziare il corso.

Ma come sappiamo dalla nostra tradizione neotestamentaria, patristica, medievale, nella scrittura si tratta dell’idolo, e dunque ciò che bisogna evitare è l’idolatria. L’immagine affascina, seduce e può diventare facilmente un idolo, addirittura possiamo cadere in un culto idolatrico delle “immagini sacre”. Possiamo fare un esperimento mentale: se un domani si distruggessero tutte le chiese cristiane, in particolare cattoliche e ortodosse, i futuri archeologi nei loro ritrovamenti che cosa penseranno? Statue, quadri, immagini… cassette delle offerte! Vista l’abbondanza di tutte queste immagini potrebbero pensare che eravamo politeisti.

Tuttavia, se intendiamo autenticamente quella parola, non possiamo semplicemente esimerci dall’immagine, non come idolo, ma come icona cioè un’immagine che non sofferma su se stessa l’attenzione di chi la contempla, ma che rimanda ad a(A)ltro.

In questo senso vogliamo intendere l’immaginario in teologia

Ci sono icone che non sono solo “proprietà” del mondo orientale, ma ci sono icone comunque “diffuse” nel nostro immaginario collettivo

A parte il fatto che usiamo la parola icona per l’immagine che appare sul nostro monitor del computer. Cosa succede quando si clicca sull’icona? Siamo portati in un altro “mondo” che può essere un sito, un programma, un file. Allora il compito della vera icona in teologia è di traghettare, speriamo non come Caronte, in un altro Mondo.

Nel linguaggio comune (sia in italiano ma anche in altre lingue) si dice di una persona che “essa è un mito” per dare a quella persona un valore che va oltre il significato cronologico, immediato, della sua presenza nel mondo. Si carica quella situazione, quella persona di un valore metastorico, trascendente. Questo è il senso dell’immaginario nel corso.

Prendiamo a riferimento un’opera (fantasy), La storia infinita di Michael Ende. Ad un certo punto si legge

“Che cosa siete dopotutto voi abitanti di Fantasia?”  

Nella storia infinita si minaccia fantasia, c’è una minaccia all’immaginazione da parte del nulla che avanza e che sta infettando il pianeta.

il senso dell’opera di Ende è custodire l’immaginazione

“Ebbene cosa siete abitanti di fantasia? Chimere, visioni fantastiche immagini di fantasia, invenzioni del regno della poesia, personaggi di una storia senza fine! o forse ti ritieni realtà figliolo? [riferito al protagonista Bastiano]

“Certo qui nel tuo mondo sei reale, ma una volta che sei passato attraverso è nulla, sei fantasia!”

Ecco c’è un cammino, quasi iniziatico, di purificazione, per passare al regno della immaginazione.

vedremo in che senso immaginario è una cifra dell’apocalittica.

Non solo nel libro dell’apocalisse ma anche del genere lettera apocalittico perché in fondo qual è l’identità di Gesù come personaggio storico?

L’identità di Gesù è o quella di un rabbi itinerante o quella di un profeta apocalittico

C’è stato chi ha scritto in una “fenomenologia della fine” una frase che colpisce a proposito proprio della pandemia del virus.

C’è chi ha sostenuto che la pandemia ha prodotto una “accelerazione dell’immaginazione”. Durante il lockdown siamo stati costretti a non uscire Questo ha portato qualcuno a dedicarsi all’immaginazione fantastica, per esempio a leggere libri, a sognare, a immaginare anche cosa stessero facendo i nostri cari in un certo momento, non potendo incontrarli personalmente.

Quando la realtà sembra sgretolarsi, il reale fa spazio a ciò che possiamo tirar fuori da noi stessi. D’altra parte l’uomo è un essere fondamentalmente creativo e simbolico.

Pensate alle immagini rupestri prodotte dall’ “uomo delle caverne”

L’uomo della caverna, oltre ai suoi bisogni immediati e materiali.

Il disegno è alla base della pittura e della scultura.

Scriveva sul doppio zero Berardi, fenomenologia della fine,

La pandemia ha suscitato un accelerazione dell’immaginazione, la teologia si ritrova così sul crinale fra memoria del passato, lettura del presente, fantasia sul futuro, che può essere solo immaginato, come nella letteratura apocalittica e accaduto. Così il virus è un dispositivo dell’inconscio che attiva la nostra fantasia!

Siamo chiamati a immaginare il nuovo, che non può essere soltanto il vecchio! Dobbiamo ripensarci ogni giorno! in ultima analisi nel momento in cui decidiamo per esempio di alzarsi dal letto, di uscire da casa, ci immaginiamo! Sta lavorando la nostra fantasia perché non siamo delle macchine o almeno speriamo di non essere allora diretta

Rapporto con il nulla e col mito

l’uomo è un essere immaginario, ma anche costruttore, inventore di miti.

È possibile applicare al popolo la categoria “mitica”, definire il popolo come mitico?

il popolo, la comunità, si costruisce su dei racconti, che non sono solo cronache di quello che è accaduto, ma sono racconti mitologici, cioè degli eventi fondatori

Non è possibile demitizzare la fede, perché è strettamente connessa con i racconti dei nostri miti fondatori. Il mito fondatore fondamentale per il cattolico è ovviamente la risurrezione.

Siamo purtroppo abituati a dire che se una cosa è mito, allora non è vera, o non è storica. Invece il mito include la storia, ed ha una sua profonda valenza veritativa.

La fantascienza è stata “inventata” col genere apocalittico. Il genere apocalittico non è solo il libro dell’Apocalisse. Grazie a questo genere letterario sappiamo che la nostra fede non è rivolta solo al passato e al presente, ma riguarda il futuro, e il futuro lo possiamo solo immaginare.

Alcune osservazioni sulla predicazione e catechesi sul libro dell’Apocalisse. Perché il genere apocalittico non viene quasi mai esplorato? Perché non siamo più in grado di entrare in sintonia con quelle immagini, perché parlano di in un contesto che non è più il nostro. Ma anche perché l’apocalittica è un genere letterario proprio del fantasy e della fantascienza

Abbiamo tutta una serie di rappresentazioni cinematografiche e di serie che si definiscano apocalittiche, o anche post apocalittiche. L’apocalittico è quando ti poni sul momento della fine, e cerchi di descrivere gli eventi ultimi. Il post apocalittico è invece domandarsi che cosa succede dopo la fine.

Per esempio nel film “I’m mother” si tratta di un futuro in cui l’umanità è quasi scomparsa, e alla sua custodia, anzi alla sua nascita, provvede un robot “madre”. Lo stesso tema (caratterizzato anche con una figura paterna robot) è presente nella serie curata da Ridley Scott, Raised by Wolves

L’interesse verso l’apocalittica accade nei momenti di crisi. Nel momento in cui il popolo, la società, la chiesa è in crisi, emergono figure apocalittiche, che vengono ad annunciare non solo la fine, come discussione, ma la fine anche come risorgimento

Pensiamo ad esempio a Gioacchino da Fiore, grande pensatore e abate medievale, che con la sua “teologia” e “spiritualità” o comunque col suo pensiero, è colui che ripensa la storia. La sua intuizione fondamentale è che dobbiamo leggere la storia a partire dal futuro, cioè dalla fine, così riusciamo a percepirne il senso.

Lui poi utilizza le figure divine e le associa alle età del mondo: il passato col Padre, il presente col Figlio, il futuro nello Spirito. Questo viene disegnato nel “liber figurarum” che è esposto a San Giovanni in Fiore.

Gioacchino disegna e riflette, quindi intercala la raffigurazione del disegno  con la riflessione teologica. O ancora, Giovanni della Croce scrive poesie e riflette (ed è un padre della lingua spagnola). Dobbiamo considerare questa capacità nei grandi di esprimersi con immagini, con la poesia, con il canto,

Anche la riflessione di Tommaso d’Aquino: arriva a noi tramite lo scritto, ma anche tramite l’ “Adoro te devote”. Siamo di fronte alla pura poesia Visus, tactus, gustus in te fallitur, sed auditu solo tuto creditur.

Stiamo dunque prendendo in esame questa capacità. La teologia non è solo concetti, ma insieme concetto e immagine.

L’immagine dei cerchi della trinità ispira il luogo poetico più significativo che nel Paradiso di Dante descrive la Trinità

 Bernardo m’accennava, e sorridea, perch’io guardassi suso; ma io era già per me stesso tal qual ei volea 
 ché la mia vista, venendo sincera,
e più e più intrava per lo raggio
de l’alta luce che da sé è vera.
 Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
che ‘l parlar mostra, ch’a tal vista cede,
e cede la memoria a tanto oltraggio.
 Qual è colüi che sognando vede,
che dopo ‘l sogno la passione impressa
rimane, e l’altro a la mente non riede,
 cotal son io, ché quasi tutta cessa
mia visïone, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa.

Dobbiamo parlare della valenza conoscitiva del sogno.

La figura a cui rifarci è quella di Giuseppe, sia quello dell’antico sia quello del nuovo testamento. Soprattutto Giuseppe dell’antico testamento è capaci di interpretare i sogni del re. La dimensione rivelativa del sogno è importante anche nei testi patristici. Sia il sogno ad “occhi chiusi” ma anche quello ad “occhi aperti” che è la capacità di sognare il nostro futuro.

 Così la neve al sol si disigilla; così al vento ne le foglie levi si perdea la sentenza di Sibilla 
 O somma luce che tanto ti levi
da’ concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,
 e fa la lingua mia tanto possente,
ch’una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;

Una volta che si è partecipato all’esperienza dell’immaginario, è difficile poi comunicare tale esperienza. Pensate al momento dell’estasi di Teresa, la grande, così come lo descrive nella sua opera il Bernini. Un tale momento immaginativo è talmente intimo che la discussione a parole lo impoverisce.

 O luce etterna che sola in te sidi, sola t’intendi, e da te intelletta e intendente te ami e arridi! 
 Quella circulazion che sì concetta
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta,
 dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che ‘l mio viso in lei tutto era messo.
132
 Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’elli indige,
135
 tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova;
138
 ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.
141
 A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
144
 l’amor che move il sole e l’altre stelle.

Dante dice di aver visto appunto queste tre cerchi

Guardate i colori:
– verde il padre creatore della nato
– azzurro il figlio disceso dal cielo
– rosso  lo spirito che è amore

Questa realtà cromatica ha dato luogo tra l’altro a due grandi espressioni poetiche e musicali

  • una è la teoria dei colori di Goethe: i colori non sono lì messi per caso, ma ogni colore ha un suo significato profondo.
  • e poi nel mistero e nel poema di prometeo di questo mistico, abbastanza folle, musicista, russo che è Scriabin: il mito di prometeo, con tutto il tema dei colori, che lui cercava di mettere insieme alla musica. Lui voleva che mentre si eseguiva il concerto musicale venissero proiettati colori che cercava di esprimere attraverso il timbro degli strumenti. Colore Timbro Strumento.

Quando Tommaso d’aquino si chiedeva che cos’è la sacra dottrina, cioè che cosa sia la teologia, nella prima questio, art. 9, Tommaso si domanda “ma nella sacra dottrina si possono usare le metafore? “cioè le immagini”? La sacra dottrina si può nutrire solo di concetti, o non ha anche bisogno immagini e quindi nel suo senso di metafore?

Non solo questa modalità dell’immaginario, scrive tommaso, non è infima, da disprezzare, ma al contrario porta l’idea a profondità. Noi siamo portati a pensare che l’immagine sia l’esteriorità e che il concetto vada in profondità. Tommaso pensa al contrario. Il concetto è il modo più immediato di fare teologia, ma se vuoi andare più in profondità devi ricorrere alle immagini, alla metafora.

Una espressione “la metafisica del mistero è sempre metaforica” cioè il mistero si può esprimere solo con delle metafore e non dei concetti. Per cui quando leggiamo i titoli degli autori tedeschi (sul concetto di rivelazione, di risurrezione … )  non è sufficiente.

La risurrezione si dice ad esempio attraverso due immagini fondamentali, due verbi, del risvegliarsi e dell’alzarsi. Due metafore che esprimono l’evento fondatore, e dicono molto di più di quando diciamo una persona con due nature. Gesù è il risvegliato, è colui che è innalzato, esperienze tratte dall’esperienza storica umana, che diventano luoghi attraverso i quali si rimanda a qualcosa che non possiamo esprimere diversamente. E a parte i suoi discorsi apocalittici, in fondo Gesù è un maestro dell’immaginario, come in particolare si può rilevare dalle parabole. Giuseppe Barbaglio, noto biblista, che ha scritto il testo Gesù il Nazareno, riguardo alle parabole le paragonava alle fiction di Gesù. Fiction del buon samaritano, del figliol prodigo… Gesù è un regista, un autore, nel momento in cui racconta in parabole ciò che accade perché, mc 4- 11, non perché con le parabole le cose diventano più facili, en parabolais ta panta ghinetai, tutto avviene in parabole, cioè tutto il mondo è una parabola e, secondo il dialogo tra il postino e neruda, “tutto è metafora”, tutto è segno.

Ancora “La Natura è un tempio dove viventi colonne lasciano qualche volta uscir confuse parole; l’uomo vi passa attraverso foreste di simboli che l’osservano con sguardi familiari” (C. Baudelaire, i fiori del male). Noi siamo immersi, anche adesso, in un universo simbolico, metaforico di parabole. Noi stessi siamo una parabola per gli altri. Gesù, scriveva un autore tedesco, è la parabola di Dio.

Un ragazzo quando sente la parola pensa alla parabola che sta sul soffitto di casa sua, senza la quale non percepiamo il digitale terrestre.

In questo senso la parabola, la metafora diventano i luoghi e le modalità anche della trascendenza soprannaturale, dove non possiamo arrivare arriva Lui. Noi non arriviamo, ma ci raggiunge con un’immagine, con una metafora, con un verso poetico. Diventa così importante l’immaginario teologico.

Quale sarà il nostro compito durante il corso? Alla luce di una idea, l’idea antica dei segni del verbo, cercheremo di raccogliere da alcuni film di fantascienza (e al fantasy II) quelli che possono essere i semi del verbo che sussistano ancora anche in queste rappresentazioni.

Secondo tre direttrici

  • La creazione e il demiurgo. Qui Matrix la fa da padrona. Pensiamo al dialogo di Neo con l’Architetto. Qui viene spiegata l’origine del mondo. Come le macchine hanno assoggettato gli uomini tramite una realtà virtuale. Un autore di fantascienza, che ha partecipato ai primi convegni qui al Laterano su questo incontro tra teologia e fantascienza, diceva che nella fantascienza non c’è il creatore, ma c’è il demiurgo.
  • La redenzione, il bisogno della salvezza e quindi la figura dell’Eletto. In generale di qualcuno che deve salvare l’umano. Per assurdo nella civiltà delle macchine, pensiamo ad Io Robot, questa salvezza dell’umano viene da Sonny che ci salva dagli altri robot. Pensiamo anche all’artificio come il vaccino che è componente chimico attraverso il quale cerchiamo di difenderci e di salvarci dal virus.
  • L’escatologia. Quale potrà essere il nostro futuro? Cioè una volta che sappiamo da dove veniamo, e chi ci viene a salvare, ci interroghiamo anche dove questo salvatore ci vuole portare