Al Dio Ignoto (film di Rodolfo Bisatti, 2020)

Materiali video

Al Dio ignoto: trailer

Un film italiano, sulla preziosità degli ultimi momenti della vita


Al dio ignoto: scena della torta

Al dio ignoto: dialogo sul re negli scacchi

Al dio ignoto: scena del funerale

Estratto dell’articolo del prof. Lorizio
(apparso su Osservatore Romando 30 Agosto 2022)

La seconda figura divina è quella del “Dio nascosto” (At t i , 17, 23) che, a detta di
Hans Jonas, l’ebraismo non può in alcun modo reggere (Il concetto di Dio dopo Auschwitz. Una voce ebraica, Il melangolo, Genova, 1990, I, ed. 1973), per cui se bisogna scegliere fra la possibilità di conoscere Dio, la sua onnipotenza e la sua bontà bisogna rinunciare alla potenza assoluta e accostarsi a un Dio tanto compassionevole e misericordioso quanto impotente. E così si liquida il paradosso e tutto sembra ricomporsi e giustificarsi. Ma il nascondimento resta e continua a interpellarci, per esempio dalle scene dell’ultimo film di Rodolfo Bisatti, Al dio ignoto. Qui l’altare (al dio ignoto) è l’hospice nel quale lavora Lucia (Laura Pellicciani), la madre che ha perduto la giovane figlia, Anna, e deve lottare con Gabriel (Francesco Cerutti), il figliuolo
adolescente che reagisce al lutto dedicandosi allo sport estremo della mountain bike. La liturgia è la preghiera che, nella cappella, pronunzia i versi del giovane Nietzsche, non ancora credente, che diventerà non più credente: ateismo tragico che si genera dal desiderio del “Cerco Dio!” che ritroveremo nell’uomo folle della Gaia scienza, 125:

«Io voglio conoscerti, o Ignoto, / che afferri la mia anima nel
profondo / che percorri la mia vita come una tempesta, /
o inafferrabile, a me affine! / Voglio conoscerti, anzi servirti».


Giulio (Paolo Bonacelli), il professore di filosofia morale (forse il personaggio più significativo del film) gioca a scacchi, ma non contro la morte, come il cavaliere Antonius de Il settimo sigillo di Ingmar Bergman, ma contro il povero Mario, che naturalmente perde. Gli scacchi sono una metafora dell’esistenza e del mistero di Dio, allorché il suo avversario gli chiede: «A cosa
serve il re?»; «La sua presenza fa muovere tutti i pezzi», risponde il filosofo, e Mario: «È come un dio!». Il re va “nascosto” dietro la torre, onde preservarlo dagli attacchi nemici. Alla domanda su chi sia Dio, Giulio risponde «una sfera il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo», citando il Libro dei ventiquattro filosofi (XII secolo). Del resto Søren Kierkegaard ci aveva avvertiti: «Dio non pensa, crea; non esiste, è eterno». E di fronte alla morte che lo sta raggiungendo, Giulio dice: «È mancato, se ne è andato, è scomparso, il caro estinto: quante parole per dire una cosa così semplice: arrivederci, Lucia!», come alla signora che stava lasciando l’hospice aveva detto: «Ci rivedremo in groppa al drago».
E al silenzio/nascondimento di Dio corrisponde quello dell’eroe tragico, così come lo interpreta Franz Rosenzweig (La stella della redenzione, Marietti, Genova, 1985, I, ed. 1919): «L’eroe tragico ha soltanto un linguaggio che gli corrisponde alla perfezione: il silenzio […]. Tacendo l’eroe spezza i ponti che lo collegano a Dio e al mondo e si eleva dai campi piatti e uggiosi della personalità, che parlando si delimita e si individualizza rispetto agli altri, nella glaciale solitudine del sé».

Articolo del dott. Staffolani

(rivisto, ridotto e pubblicato su Osservatore Romano “Nessuno possiede i colori degli altri” 15 luglio 2022)

La morte senza effetti speciali

Questo l’intento del regista Rodolfo Bisatti che porta in scena una storia drammatica ma in maniera sobria e delicata. Nel film un’infermiera di nome Lucia (Laura Pellicciari), che lavora presso una clinica che ospita malati terminali di tumore, aiuta i pazienti a vivere gli ultimi giorni attraverso le curie palliative. Questo arduo servizio, fatto con molta umanità, si incrocia con la storia personale di Lucia che ha alle spalle la morte della figlia, sempre a causa di un tumore.

Molto iconica la scena iniziale. Il faticoso lavoro di una vanga che ritaglia un quadrato in un bel prato curato. E successivamente l’apertura della telecamera su Lucia che come mamma accende le candeline su una torta appoggiata sul terreno di fianco alla buca. La lotta per accenderle tutte contro la brezza leggera, e poi la celebrazione del compleanno di chi non c’è più: la torta finisce nella buca seppellita dalla terra ancora fresca di scavo.

Il film si caratterizza per dialoghi schietti e diretti, ma forse ancor di più per i primi piani di visi toccati dal dolore o rischiarati da una piccola gioia. Ma “parlano” anche i lunghi silenzi, le “contemplazioni della natura”, sia del verde del paesaggio rischiarato dal sole, sia i dei puntini luminosi del cielo stellato che gli ospiti della casa di cura ammirano in deliziosi quadretti che si potrebbero definire “familiari”, anche se i loro “parenti” diventano il personale sanitario.

La morte della figlia, Anna, ha lasciato vuoti differenti nella famiglia. Se Lucia è rimasta “emozionalmente” bloccata al giorno della scomparsa, il marito di Lucia non è riuscito a reggere le nuove difficoltà insorte nella famiglia ed è scappato lasciando sola la moglie e il figlio maggiore Gabriel (Francesco Cerutti).

Gabriel esemplifica un altro tipo di risposta possibile: la ribellione autonoma e silenziosa. Quasi da contraltare alla dolcezza professionale, che può usare come infermiera con i suoi pazienti, da madre coscienziosa Lucia è costretta a riprendere aspramente Gabriel che si dedica al ciclismo estremo, sport che con le sue forti emozioni gli evita di elaborare il lutto e di affrontare la dura realtà della perdita della sorella.

Appare qui evidente il blocco emozionale della donna che non riesce ad andare oltre il suo dovere, così seppur giustamente preoccupata quando il figlio ritorna a casa dopo bravate che gli costano ferite e cicatrici, Lucia non riesce ad esprimergli l’affetto che riversa solamente in lacrime sulla tomba della giovane figlia.

Il film non si esime dall’affrontare il più generale rapporto tra adolescenza e morte, tirando in ballo la figura di Cristo. La difficoltà del dialogo tra adulti e nuove generazioni è tematizzata sullo sfondo della classe di religione dei compagni di Gabriel, più intenti a cimentarsi con i loro telefonini e indossare le cuffiette (per isolarsi dal resto del mondo) che ascoltare il prof.

Il dialogo trova il suo apice tra l’affermazione di Gabriel sull’impossibilità che amore e sofferenza (e in ultimo la morte) siano collegati e la pacata risposta del prof. di religione che gioca la carta (ci sembra ricavata dalla famosa scena del film The Passion) del versetto di Apocalisse “faccio nuove tutte le cose” , messo in bocca a Gesù proprio portando la Croce e riferendosi alla Madre in lacrime.

Nell’hospice di Lucia si avvicendano diversi personaggi tra cui spicca Giulio (Paolo Bonacelli). Professore di morale, ma ancor più saggio e poeta, le sue citazioni, accompagnando il progredire della sua malattia, fungono da testamento spirituale di chi, seppur a malincuore, affronta consapevolmente l’ultimo passaggio.

Ad esempio, citando il vangelo di Giovanni, dice ad alta voce a sé stesso e a Lucia, che come infermiera lo sta aiutando a mettersi la vestaglia come atto d’ingresso nella “nuova residenza” : “quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi”. E’ chiara la sua benevola rassegnazione capendo che quegli ultimi giorni all’hospice saranno il suo martirio.

E ancora nel mezzo d’una breve partita a scacchi con il compagno di camerata, mentre la gentile infermiera sta prendendo la pressione come atto d’un impietoso rituale che lo porterà inevitabilmente alla morte, afferma con consapevolezza “l’alternativa alla morte non è la vita, ma la verità”.

Alla scuola di Olmi

Oltre che nelle vicende dei personaggi principali, il riferimento al regista bergamasco è presente anche nei personaggi minori. L’attenzione alle diverse radici culturali, e ai particolari a prima vista insignificanti della vita privata dei pazienti della casa di cura, mostra la necessità del regista di custodire l’umano che si manifesta anche nell’ordinario (gioioso e sofferto) delle singole storie, che devono quindi essere raccontate nelle diverse lingue (italiano e tedesco perché la casa di cura si trova a Merano) ma anche nei diversi dialetti di provenienza dei singoli malati.

Nella stessa partita a scacchi citata precedentemente, l’accostamento di Giulio, grande e saggio professore, a Mario, ordinario signore poco istruito e impari avversario nel gioco dei pezzi bianchi e neri, non appare quindi casuale.

Mario non si vergogna di raccontare che da piccolo fu vittima di uno shock che gli tolse “la favella” a causa di un cane, recuperata a fatica (mai pienamente) nell’età adolescenziale. E il professore dal canto suo non disdegna d’ascoltare e istruire Mario con sentenze che facciano luce sulla profondità del mistero dell’esistenza, anche se Mario intuisce e chiama tutto ciò semplicemente “voglia di vivere”.

In Bisatti le diversità non si mostrano orgogliose di sé stesse, asservendo e sminuendo l’altro, ma si percepiscono come ricchezze che evidenziano colori e riflessi del comune dono del vivere. Nessuno possiede tutti i colori. L’incontro e la condivisione delle sofferenze delle vite particolari di ciascuno, fatte all’interno di una circostanza, né cercata né voluta, che è la residenza presso l’hospice, diventano quindi momento di consolazione per combattere in compagnia la solitudine di fronte ad un futuro sconosciuto che è la morte.

Si rievocano così le originalissime “compagnie olmiane”, come ne Il villagio di cartone tra l’anziano prete destituito del suo compito sacrale e i clandestini africani privati della casa e dell’accoglienza in terra straniera. Insieme si ritrovano vittime d’una società tecnicizzata ma disumanizzante. E anche loro, come i pazienti di Bisanti alla clinica, senza volerlo e senza averlo cercarto, abitano un improvvisato luogo comune, la chiesa disadorna delle suppellettili sacre. Nella simbologia olmiana però la fragilità di luoghi e situazioni reinterpretano nell’oggi la mangiatoia del Cristo e l’epifania ai Magi venuti dall’Oriente.

E ancora un altro improbabile incontro è quello ne La leggenda del santo bevitore tra l’anonimo e ricco signore debitore nei confronti della santa di Lisieux che per sdebitarsi dona credito (monetario ma soprattutto morale) al barbone che vive sotto i ponti.

Bisatti sottolinea anche l’umanità che si instaura tra i collaboratori della clinica, che non sono solo professionisti, ma anche uomini e donne capace di empatia. Così nel briefing mattutino, tra caffè e brioche, non solo il personale fa l’aggiornamento del decorso clinico di ciascuno dei pazienti, ma ciascun operatore racconta le sue impressioni e lo stato d’animo che percepisce riguardo ai pazienti, chiamando ciascuno per nome. La disanima è quindi da farsi sulla persona intera: non solo sullo stadio (biologico) più o meno avanzato del tumore, ma anche sullo stadio (psicologico) in cui si pone colui che vive la malattia, cioè tenendo conto del suo stato d’animo e della sua relazione con gli altri.

Si va al Dio ignoto, che si conosce nel Suo nascondimento.

Il titolo del film in definitiva rispecchia il tentativo, ben riuscito, di chiedersi dove sia Dio proprio nel momento più difficile. Un dio che non sembra ignaro delle sofferenze dell’uomo ma che, nonostante questo, non dona una presenza rassicurante e a buon mercato. La morte rimane una dramma nella serietà della vita, un peso che ciascuno deve irrimediabilmente affrontare personalmente, con l’unica sicurezza di rimanere feriti, con il rischio di rimanere schiacciati. Sia chi ha raggiunto la fine della corsa troppo presto, sia coloro che rimangono vivi, non importa se giovani o adulti, in quanto dovranno ripensare una vita senza coloro che la morte ha portato via.

La risposta, che sembra evincersi dal finale del film, è che la presenza discreta di Dio rimane avvolta (e per questo si percepisce meglio) nelle relazioni umane che la vita ci mette sul nostro cammino, senza che siamo noi a decidere chi e quando incontrare. Quanto più si riesce ad esprimere i propri sentimenti, quanto più si accetta che la morte è parte integrante della vita fin dall’inizio della stessa, tanto più si accetta la consolazione essenziale della compagnia dell’altro, chiunque egli sia, tanto più si risolve il problema sul “come varcare il confine tra visibile e invisibile”.

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